Tabagismo
Psicologia del fumatore.
In Psicologia Dinamica si parla di “personalità orale” e di “fissazione allo stadio orale”, vale a dire che la relazione tra individuo ed ambiente viene codificata e decodificata secondo le stesse modalità del neonato che porta tutto alla bocca, come processo per conoscere l’ambiente e gli oggetti che lo circondano. Questa chiave di lettura fa sì che il fumare diventi il comportamento attraverso il quale far diminuire i livelli d’ansia che gli stimoli inviati dall’ambiente creano.
Si avvia attraverso il fumo un processo di controllo che ha sull’ansia il suo effetto immediato, ma che agisce in termini di soddisfazione della pulsione derivante dal piacere di succhiare, ingerire ed incorporare, tipico della fase orale nel neonato. Fumare diventa, così, il mezzo attraverso il quale superare tutto ciò che nell’individuo provoca tensioni psichiche intollerabili.
In questo senso l’appagamento deve essere immediato, senza aspettare, senza finalizzazione delle azioni ed agendo quasi d’impulso.Il fumatore rimuove il pensiero delle conseguenze nocive del fumo perché più urgente il bisogno di soddisfare una pulsione, secondo quello che Freud definì “Principio di Piacere”. Almeno il 40% dei fumatori italiani pensa di smettere di fumare ed il 20% ci prova ma solo nel 2-3% all’anno riescono autonomamente a smettere di fumare. Sul lungo termine la percentuale di successi sale al 7% nei fumatori che intraprendono un tentativo di smettere da solo. Tutte le tecniche utilizzate nelle metodologie per la disassuefazione da fumo di tabacco non possono prescindere quindi da questa realtà scientifica e cioè che il tabagismo è anche dipendenza chimica da nicotina oltre che da fumo di tabacco che innesca e mantiene la componente psico comportamentale. Oggi, epoca in cui il meccanismo della dipendenza da nicotina è ormai conosciuto e la psicologia è una scienza affermata, ci si è resi conto che ci sono dei meccanismi emotivi e comportamentali che favoriscono l’abitudine e che la nicotina induce una dipendenza farmacologica, al pari di altre sostanze psicotrope.
L’importanza della dipendenza alla nicotina nella disassuefazione è evidente, ma non dovrebbe essere eccessivamente sovrastimata per non rischiare di sottovalutare altre componenti psichiche che intervengono nel tabagismo. La grande maggioranza dei fumatori che hanno smesso nel passato lo ha fatto senza ricorso né a terapie, né a medicamenti, né a sostituti nicotinici. Nella gran parte dei fumatori gli effetti psicoattivi del tabacco creano una dipendenza fisica (di cui la sola documentata è la dipendenza dalla nicotina ma si presume che altre decine di addittivi presenti nelle sigarette possano dare il loro contributo in termini di dipendenza) Certi fumatori hanno delle difficoltà ad arrestare la dipendenza fisica, altri hanno più difficoltà a combattere il condizionamento psicologico che può durare a lungo anche dopo la scomparsa di sintomi fisici dello stato d’astinenza . Altri soccombono piuttosto ad una influenza sociale favorevole al tabacco,che mina le fondamenta della disassuefazione.
Nel pensare al concetto di dipendenza,d che essa si caratterizza fondamentalmente come “relazione” patologica con una persona, una sostanza o un comportamento. Gli approcci più attuali alla medicina delle dipendenze hanno,per esempio,evidenziato come questa patologia può instaurarsi anche in assenza di sostanze esogene che agiscano sul cervello. Basti pensare alla dipendenza da gioco d’azzardo o da videogiochi. Molti modelli interpretativi del tabagismo tendono a individuare il fumo come un “sintomo”, l’espressione di un disagio o di una strategia di adattamento a situazioni di difficile gestione, tra cui elevati livelli di conflittualità interiore o nelle relazioni con gli altri. Diverse ricerche hanno evidenziato la maggiore frequenza di disturbi d’ansia, depressivi o – comunque – del tono dell’umore, più bassa autostima nei forti tabagisti. Dobbiamo, in sintesi sottolineare che:
1) Fumatori non si nasce, ci si diventa, spesso da ragazzi, quasi sempre per rispondere (ancor prima che la dipendenza nicotinica sia instaurata) ad un bisogno di sicurezza. Si diventa fumatori, nell’80% dei casi circa, prima dei 18 anni. Si inizia a fumare per sentirsi adulti e capaci di gestire situazioni di difficoltà relazionale. Il fumo è, nell’adolescente, un modo per sviluppare un senso di identità, accettarsi ed accettare le mutazioni del proprio aspetto fisico.
2) Il fumo si trasforma,poi,in un forte strumento di piacere-gratificazione orale, usato per gestire o connotare situazioni tipiche:concentrarsi meglio,concedersi una pausa, scaricare la tensione nervosa, rilassarsi.Il piacere è sicuramente uno degli stimoli primari per l’uomo, capace di funzionare come attrazione e come ricompensa in situazioni molto diverse tra loro. La gratificazione da nicotina è concettualmente una cosa semplice, versatile, funzionale. Si adatta bene a strutturare meccanismi di compensazione o risarcimento psicologico, che in ogni persona possono essere legati a situazioni ed eventi diversi.
3) La gratificazione da fumo può finire per diventare, in taluni casi, la sostituzione di abilità comunicative, la scorciatoia per rassicurarsi, placare l’ansia, le difficoltà quotidiane, la risposta surrogata a bisogni veri in ambiti più svariati tra cui la ricerca di un senso alla propria esistenza.
Senza comprendere questi aspetti del tabagismo sarà difficile riuscire a curarlo, pensando ad esso semplicemente come una “cattiva abitudine”. Un approccio che tenga conto degli aspetti psicologici fornisce, inoltre, gli strumenti per interpretare le difficoltà del fumatore che sta smettendo e il percorso di elaborazione del lutto che è costretto a percorrere. L’abbandono del fumo può essere più o meno difficile del previsto: le risposte sono molto individuali. Esistono dei test per valutare l’importanza della dipendenza nicotinica (test di Fagerström) o per prevederla (test di Horn),ma è estremamente difficile predire chi riuscirà o meno a smettere di fumare con facilità. Qualsiasi programma di disassuefazione che non tenga conto sia degli aspetti neurochimici che di quelli psicologici della dipendenza da fumo rischia di essere inefficace e di esitare in un fallimento. L’Organizzazione Mondiale della sanità classifica il fumo di sigaretta tra le patologie da dipendenza farmacologica e da droga, inserendola nello stesso gruppo di alcool, cannabis, eroina.
Il fumo di sigaretta va perciò inteso non come “vizio” ma come una tossicodipendenza. Infatti la nicotina possiede tutte le caratteristiche idonee a dare dipendenza in quanto dà:
A)Un appagamento rapido poiché dopo circa 10 secondi dalla inalazione del fumo di sigaretta (quindi in un tempo ancora più rapido di una somministrazione endovenosa) si ha una saturazione dei recettori nicotinici, a cui corrisponde una sensazione di piacere che spinge il fumatore a ripetere l’esperienza (la quantità di nicotina fumata rimane circa un’ora in circolo).
B) Tolleranza, che spinge il fumatore ad aumentare il numero di sigarette.
C) Astinenza o Dipendenza fisica, che insorge circa dopo un giorno e che provoca un desiderio impellente di fumare, ansia, irritabilità, desiderio compulsivo per il cibo, insonnia, spunti depressivi, difficoltà di concentrazione attacchi d'ansia ed irritabilità, difficoltà di concentrazione e sonnolenza, depressione, aumento della fame.
La nicotina è una sostanza molto tossica: 50 mg (il contenuto di 2 pacchetti di sigarette), se assunta in un solo momento è una dose mortale.
D) Tendenza a ricadere nella dipendenza, soprattutto in chi non ha seguito un percorso guidato dallo specialista.
Inoltre bisogna rilevare che, oltre all’effetto farmacologico della nicotina, esiste, nel fumare la sigaretta la gratificazione imperiosa, a livello psicologico, della componente orale, soddisfatta attraverso la suzione, che si ricollega ai bisogni arcaici del bambino di succhiare il seno materno anche come fonte di gratificazione e di rassicurazione contro angosce primordiali. . Non va dimenticata l’importanza , inoltre , del fattore sociale, quale adattamento alle mode, ricerca di atteggiamenti per darsi contegno e ricerca di aiuti/stimoli per superare le pressioni dell'ambiente La prima sigaretta, solitamente, viene fumata nel periodo adolescenziale, allorquando più sentito è il bisogno di rifarsi a modelli di comportamento adulto. Ricordiamo inoltre che il fumo cosiddetto “passivo” è ormai dimostrato essere nocivo come quello attivo, che le cosiddette sigarette “light” sono egualmente tossiche perché si è visto che il fumatore tende a inalarle più a lungo e profondamente per raggiungere lo stesso livello di nicotina nel sangue.
Il fumo di sigaro e pipa, se comporta un minor diffusione a livello polmonare, viene assorbito maggiormente a livello del cavo orale e delle prime vie aeree, con rischio oncologico conseguente, potenziato spesso dal fatto che sono frequentemente accompagnati da alcolici e superalcolici con patologie che interessano anche le prime vie digestive.
Gli elementi dannosi della sigaretta sono riconducibili a quattro categorie:
1) Il catrame (formato da una grande quantità di vari idrocarburi cancerogeni), che costituisce la parte solida del fumo, rappresentata da corpuscoli che si depositano nelle vie aeree superiori ed inferiori.
2) Il monossido di carbonio, che è identico al gas delle stufe, si lega alla emoglobina formando la carbossiemoglobina e riducendo l’ossigeno del sangue.
3) Gli irritanti (acido-cianidrico, acetaldeide, formaldeide, ossido di azoto, ammoniaca, acroleina), che danneggiano la funzione delle mucose dell’apparato respiratorio e provocano infezioni, bronchite cronica ed enfisema.
4) La nicotina che è la droga capace di creare dipendenza e tolleranza con potenti effetti vasocostrittori ed è tossica perciò per il sistema cardiovascolare.
Il fumo di sigaretta viene prodotto in seguito alla combustione di tabacco e carta a 900 gradi e durante questo fenomeno vengono rilasciate oltre 4.000 sostanze chimiche dannose di cui 20 sicuramente cancerogene fra cui idrocarburi aromatici policiclici, nitrosamine, benzopirene, benzoantracene, 4-aminobifenile etc
Il fumo è responsabile di più di un quarto di tutte le neoplasie, in chi fuma il rischio di ammalarsi di tumore al polmone è 18 volte maggiore, di 15 volte maggiore il rischio di tumore delle vie respiratorie superiori, di 10 volte di tumore dell’esofago, di 10 volte di bronchiti e asma.
Per altri tumori (vescica, pancreas, rene, stomaco) e per le malattie cardiache, cardiovascolari e cerebrovascolari il maggior rischio è di 2-3 volte.
Il rischio d’infarto cardiaco nella fascia di età tra i 50 e i 60 anni è addirittura incrementato di 6 volte.
Questo è dovuto sia al meccanismo vasocostrittore del fumo, che riduce l’apporto arterioso proprio quando una aumentata frequenza cardiaca del fumatore richiederebbe un maggior apporto di ossigeno, sia all’aumento di globuli rossi per la ipossia (riduzione di ossigeno), con rallentamento del flusso sanguigno all’interno delle arterie, e all’aumento delle piastrine con conseguente incremento del rischio trombotico.
Inoltre nel fumatore si ha un incremento dei grassi nocivi (colesterolo LDL, VLDL e trigliceridi) e una riduzione dei lipidi protettivi (colesterolo HDL).
Altre malattie correlate al fumo di sigaretta sono la degenerazione maculare della retina, il morbo di Burger (arteriopatia obliterante, incurabile se non si smette di fumare), l’osteoporosi, l’ulcera duodenale, le disfunzioni tiroidee, l’invecchiamento della pelle (il fumo è molto nocivo alla bellezza della donna sia in età giovanile sia durante la menopausa), le parodontopatie (i dentisti spesso si rifiutano di eseguire interventi complessi in fumatori) e le modificazioni del colore dei denti.
Vogliamo aggiungere che il fumo è altamente controindicato in gravidanza in quanto aumenta notevolmente il rischio di insufficienza placentare, placenta previa, ritardo di accrescimento intrauterino del feto, gestosi gravidica, aborto spontaneo, parto prematuro, basso peso neonatale, anomalie urologiche congenite, morte del feto o del neonato, morte improvvisa del bambino, patologie dell’allattamento (la nicotina finisce nel latte materno), insufficiente sviluppo fisico, psichico e intellettivo del bambino, patologie neurologiche del bambino e alcune malformazioni come il labbro leporino e la palatoschisi (palato incompleto, non saldato).
Bisogna considerare, infine, che i bambini esposti a fumo passivo sviluppano molto più facilmente asma e bronchiti asmatiche.
Se la donna è fumatrice si crea poi una forte controindicazione all’uso del contraccettivo orale (notevole incremento del rischio trombotico).
Inoltre, data l’azione negativa del fumo sulla fertilità (per il probabile effetto vasocostrittore della nicotina sulla circolazione uterina o nelle primissime fasi dell’impianto dell’uovo), si ha una riduzione del 40% della possibilità di concepimento.
Riguardo alla attività fisica, il fumo, rimuovendo un gas nobile (l’ossigeno) e aggiungendo un gas tossico (il monossido di carbonio) riduce la prestazione fisica e sportiva di almeno il 20% se il consumo di sigarette è intorno alle 20 al giorno. Anche l'attività sessuale, nel maschio, ne risente sfavorevolmente perché l’insieme di quattro elementi (circolatorio acuto, circolatorio cronico, respiratorio acuto e cronico) è devastante per il meccanismo della erezione.
Per finire, uno dei problemi principali che si incontrano, soprattutto nel caso di ragazze o donne, è legato al fatto che lo smettere di fumare possa provocare un aumento di peso.
La nicotina e le altre sostanze liberate dalla combustione del tabacco hanno un effetto anoressizzante, incrementano il metabolismo basale (circa 10 calorie ogni sigaretta) e alterano i livelli di leptina, un ormone coinvolto nella regolazione dell’appetito.
Inoltre il fumo disturba gusto e olfatto, rendendo il cibo meno palatabile: perciò il medico deve affrontare questo problema in modo molto serio, poiché è questa una delle cause principali di fallimento, dando consigli dietetici adeguati e consigliando una attività fisica appropriata anche al fine di scongiurare il sintomo della stipsi che frequentemente tende a presentarsi
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Ipnosi e fumo
L'ipnosi può essere di notevole supporto nel contrastare il craving del fumo.se è richiesto un lavoro personologico profondo lo strumento psicoanalitico è il più idoneo per risolvere le problematiche ad un livello globale. Esistono anche supporti farmacologici come varenicline. bupropione e terapia nicotinica sostitutiva che, in alcuni casi, possono integrare la terapia psicodinamica e ipnotica.
dott. Fabio Gallazzi - Psicoanalista
Psicoanalisi a Prato
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domenica 9 gennaio 2011
lunedì 22 novembre 2010
Il male di vivere
Angoscia esistenziale
Affrontando una tematica così complessa come il problema della angoscia esistenziale definibile anche come depressione esistenziale è necessario riprendere brevemente il tema di cosa si intenda per depressione. Possiamo notare come, scivolando progressivamente dalle depressioni maggiori a quelle minori finiamo per imbatterci, alla fine, nella depressione esistenziale, che forse è il quid irriducibile, l’espressione della infelicità umana che è sottesa al nostro essere nel mondo. Facciamo perciò un breve excursus sul tema depressivo stabilendo in chiusura il collegamento con il tema della felicità .
La nosografia della depressione comprende la distinzione tra.
A) Depressioni endogene o maggiori (indipendenti da eventi precipitanti), uni e bipolare, cioè pure o con alternanza di stati depressivi e maniacali cioè di eccitamento.
B) Depressioni reattive, o minori legate ad eventi scatenanti di tipo abbandonico e di perdita (lavoro, affetti, menomazioni fisiche, etc.)
Queste due entità nosologiche sono da alcuni considerate un continuum per cui una sfuma nell’altra, da altri invece due affezioni qualitativamente diverse e questo spiegherebbe perché la prima risponde bene ai farmaci antidepressivi, nella seconda invece sia più decisivo un intervento psicoterapeutico.
Sembrano esposti alla depressione soggetti portatori di un narcisismo precario ,di una valutazione di sé, contrassegnata da immaturità, con insicurezza di base e mancanza di fiducia delle proprie capacità,con costante bisogno di riconoscimento e di stima e le cui relazioni sono spesso contrassegnate da valenze di dipendenza e di appoggio.
Questo tipo di personalità li rende vulnerabili alle frustrazioni e agli abbandoni che le loro esigenze affettive e la loro ambivalenza di fondo possono tendere a provocare.
I sintomi della depressione sono quantitativamente presenti in base alla entità del quadro che spazia tra i due estremi dalla grave melanconia endogena fino al lieve fondo depressivo esistenziale. I sintomi che ora descriveremo sono perciò tanto più marcati e presenti quanto più è grave il disturbo del tono dell’affettività.
Essi riguardano l’umore: il soggetto si sente svalutato, isolato, incompreso, inutile, con ideazioni pessimistiche rivolte a sé e a ciò che lo circonda. Si lamenta circa il suo destino infausto, ha paura della morte e dell’abbandono, il futuro suscita in lui apprensione poiché è visto in una luce sinistra.
L’ansia è diffusa, ma può organizzarsi a livello somatico con cefalee, vertigini, spasmi di natura varia, turbe del sonno, dell’appetito e della sessualità. Inoltre è presente inibizione motoria sotto forma di stanchezza, una astenia che compare fin dal mattino e che non è attenuata dal riposo.
E’ importante distinguere, tra le depressioni minori,la distimia o depressione nevrotica dalla depressione caratteriale o temperamento depressivo che sfuma nella depressione esistenziale. Nella distimia, oltre all’intervento psicoterapeutico psicoanalitico,un uso di farmaci serotoninergici e dopaminergici,se adoperati in modo adeguato, può essere prospettato per un periodo non prolungato.
Nella depressione caratteriale, si ha la impossibilità di separare l’atteggiamento depressivo dalla struttura psichica del soggetto in quanto la tristezza abituale e la tendenza svalutarsi appaiono radicati nel suo carattere. In questo ultimo caso esiste refrattarietà a qualunque trattamento farmacologico e l’intervento relazionale psicoanalitico è fondamentale.
Sovrapponibile sembra il quadro del temperamento depressivo ( i termini carattere e temperamento sono concetti usati diversamente dai vari autori ,che a volte li sovrappongono, a volte viene denominato temperamento la componente biologico- pulsionale, e carattere la componente egoica della personalità)..
Si pone ora il problema di cosa sia la depressione esistenziale e se essa possa essere o meno un sinonimo della infelicità umana cioè se il dolore sia un fattore ineludibile o meno nella nostra esistenza. Intanto è importante rilevare come uno stato mentale di qualsiasi tipo, inclusa quindi la felicità, venga espresso tramite una soggettività e questo comporta una complessità nel decodificare, in termini oggettivi o meglio generali il significato condiviso di certi termini: sono da interpretare perciò soltanto come dei tentativi di orientamento in quel complesso labirinto che è la mente umana.
Bisogna purtroppo constatare, inoltre, che gli esseri umani hanno difficoltà molto maggiore a rilevare una sensazione di benessere che non a sperimentarne il suo contrario, tranne nei casi in cui la sensazione di piacere sia molto accentuata.
Credo sia giusto a questo punto, interrogarci su ciò normalmente si intende per felicità, perché credo che, semanticamente, a questo termine vengono dati significati non univoci. Alcuni intendono riferirsi ad uno stato di ebbrezza o estasi, altri ad una situazione di benessere relativamente libera da conflitti, chi lo assimila alla sicurezza, chi ad uno stato assenza di dispiacere e potremmo citare infinite sensazioni a cui fanno riferimento gli esseri umani, al punto tale che ci viene in mente che, del concetto di felicità, esiste un’idea spiccatamente individuale. Se, comunque, vogliamo cercare di comprendere meglio, possiamo ipotizzare che venga rubricato o come stato mentale di tipo estatico inebriante con caratteristiche di tipo onirico, contrassegnato però dalla caducità o temporaneità, oppure come stato di tranquilla sicurezza priva di affanni la quale può abitare la nostra mente per un tempo prevedibilmente più lungo. Nella prima accezione dobbiamo appunto riconoscere la estrema transitorietà di questi stati mentali e la loro assoluta episodicità nel corso della esistenza.. Dall’analisi dell’inconscio sembra poter dedurre che questi vissuti sono la riproduzione di sensazioni sperimentate dal bambino nei primi mesi di vita,orientativamente dal terzo al sesto, durante il rapporto di unione simbiotica con la madre, in cui il piccolo sperimenta una indifferenziazione tra il sé e il mondo esterno, in modo tale che viene da lui percepito quel “sentimento oceanico”di tipo fusionale di cui parla il poeta Romain Rolland.. Sono quelle sensazioni che hanno un ricollegamento mitologico nelle varie culture, per esempio nel Simposio di Platone , ove Zeus fa dell’uomo un lacerato sempre anelante a ricongiungersi con l’altra parte, nascosta e divisa, per vivere così la sua completezza. Tutti noi aneliamo all’unità, aspiriamo a rivivere e a soddisfare quella che viene percepita come beatitudine e onnipotenza del sé, quello stato di totalità, che ci accompagnerà,nostalgicamente, per tutta l’esistenza: vengono in mente le situazioni di innamoramento o di passionalità,i momenti di compenetrazione orgasmica o gli stati mentali di una madre connessi all’atto procreativo: tutti stati psichici che hanno la caratteristica di avere una durata più o meno breve anche se sono caratterizzati da una intensità decisamente notevole, e potremmo, in modo poetico, inquadrarli come momenti di assaggio dell’immortalità. Se l’individuo porta dentro di sé cospicuamente questo sentimento nostalgico, avrà al suo interno una sensazione spiccata di insoddisfazione, di delusione di fronte alla normalità dell’esistenza e sarà fortemente tentato di dire che la felicità non abita questo mondo.
Il problema che abbiamo noi umani deriva proprio da quella stessa evoluzione psichica che ha permesso i progressi dell’umanità. La nostra autocoscienza, cioè la capacità di pensare il nostro pensiero è quella che, da una parte ci apre al senso, dall’altra è il luogo dell’implosione di ogni senso . Non possiamo essere felici come invece lo può essere un animale che dimostra beatitudine nel mangiare, dormire, saltare . L’autoconsapevolezza che porta con sè la coscienza della nostra finitezza, si scontra con il nostro desiderio perenne di immortalità ed è la radice della infelicità umana.
Il problema della angoscia esistenziale è comunque un tema già profondamente sentito dagli antichi Greci i quali , come dice Nietzsche, hanno avuto il coraggio di “guardare in faccia il dolore e di conoscere e sentire i terrori e l’atrocità dell’esistenza”.Essi hanno percepito la tragicità dell’esistenza nella contrapposizione tra le esigenze della natura e le aspirazioni del singolo. Le leggi di natura dicono infatti che ogni singola esistenza deve morire affinché si generino nuove vite, le quali prendono il posto delle precedenti, in una circolarità della vita e della morte. Il singolo invece grida ad alta voce la sua voglia di vivere e rifiuta questo passaggio di testimone. Il Greco elabora risposte attive alla ineluttabilità della morte, sostenendo che non bisogna illudersi e nemmeno rassegnarsi ma conoscere (màthesis)perché il sapere evita il male evitabile. Il concetto greco di “aretè” che è l’equivalente della “virtus” latina esprime infatti la capacità di eccellere, di essere il migliore,però vivendo e conoscendo il proprio limite (katà mètron), cioè con atteggiamento di saggezza (phrònesis). Gnothi seauton, conosci te stesso, è scritto sul tempio di Delfi, conosci le tue caratteristiche, la tua inclinazione, il tuo demone e arriverai alla eudaimonia che in greco significa felicità , che vedrei più propriamente assimilabile alla pace illuminata dal benessere , perché ritengo che il conoscere non possa dare tanto felicità come stato gioioso quanto serenità esistenziale.
La scuola stoica sosteneva che esiste un legame intimo tra dolori e desideri e il loro motto substine ed abstine è un invito a sopportare l'intolleranza, frutto di passione altrui e ad astenersi dall'intemperanza, frutto della propria passione, facendo prevalere la razionalità . Gli stoici sono assertori delle virtù dell'autocontrollo e del distacco dalle cose terrene,che si realizzano nell'ideale della apateia, della atarassia, della aponia, come mezzi per raggiungere l'integrità morale e intellettuale. Nell'ideale stoico, è il dominio sulle passioni che permette allo spirito il raggiungimento della saggezza.
La filosofia buddista sostiene, analogamente, che il dolore è un vuoto, una mancanza che porta alla ricerca della soddisfazione di desideri , che è continuo ed ininterrotto poichè appena un desiderio è soddisfatto ne nasce uno nuovo,ancora più grande, in un susseguirsi senza sosta, per cui rinunciare ai desideri significa rinunciare a una inutile sofferenza. Quindi solo quando avremo abbandonato gli attaccamenti per cose e persone, scompariranno ansie, angosce, depressioni e tutti i sentimenti spiacevoli che la nostra entità psicosomatica può produrre e sarà possibile sperimentare l'emancipazione dalla sofferenza esistenziale. Per raggiungere l’obiettivo molto importante è per il buddista dedicarsi alla Meditazione, che comporta un'energica disciplina ascetica (yoga) : in questo caso il rimedio non consiste in una sollecitazione verso la razionalità o l’autocontrollo, ma nella soddisfazione della pulsione erotica all’interno del sé con un riscatto dell’onnipotenza originaria preoggettuale e fusionale( infatti negli stati meditativi profondi si parla anche qui di “sentimento oceanico”).Credo, cioè, che si possa pensare che, nell’atto meditativo, la rinuncia al desiderio per le cose venga sostituita da un investimento energetico verso il sé e che l’ appagamento oggettuale fallace e caduco che può derivare dal contatto con gli oggetti può vantaggiosamente essere vicariato dal piacere narcisistico derivante dal serbatoio libidico che può essere rappresentato dalla nostra unità indifferenziata psicofisica.
La visione Giudaico- Cristiana ripropone la cultura dell’onnipotenza- felicità la quale, essa sostiene, non può essere raggiunta in questo mondo ma può essere tuttavia raggiunta in un’altra dimensione. Viene svalutata cioè la vita terrena sostenendo che essa è un transito,che il piacere è un bene effimero,viene riconosciuto che essa è contrassegnata dal dolore esistenziale che ha le sue motivazioni, perché è dovuto alla colpa del peccato originale da cui è possibile redimersi, che è anzi utile a fini espiativi,che è il fattore più potente che induce alla speranza e alla fede, che la vita futura, la vera vita, sarà senza dolore.
La Psicoanalisi con Freud, in sintonia con gli assunti filosofici dell’epoca, prima illuministi poi positivisti, riprende il tema della ragione come unico strumento per esplorare l’inconscio, per bonificarlo, sottraendoci così al dolore che deriva soprattutto dalla ignoranza delle parti nascoste del nostro sé.”Dove era l’Es (il mondo istintivo) deve subentrare l’Io”. Di nuovo è ripreso il tema , del nosce te ipsum conosci te stesso.Una volta assoggettato all’io, il nostro inconscio non potrà essere più fonte di dolore o sofferenza . Il punto è probabilmente questo, che esiste un disagio ineliminabile nel vivere per il fatto stesso che la vita conduce alla morte, e che, come dice Freud, vivere significa, in fondo, accettare di morire lentamente. Vediamo come, anche in questo caso, la fiducia nel predominio della ragione esclude il raggiungimento della felicità in quanto anche la presenza di un io lucido, consapevole, capace di sottrarre gran parte dei territori all’inconscio, può portare l’essere umano soltanto alla normalità esistenziale .Per Freud, come per gli antichi Greci, conoscere profondamente se stessi può lenire le sofferenze, le ansie le angosce e portare a quel piacere che nasce dall’assenza di dispiacere ma non si può certo parlare di felicità terrena.
Nella nostra società secolarizzata e fortemente edonistica la rimozione della morte è un tema costante e gli individui, costantemente accelerati, hanno perduto la capacità di accettare le frustrazioni, dimenticando quanto esse siano un potente motore di crescita individuale. Non è sufficiente un tranquillo benessere perché ci richiama troppo da vicino il nostro status di mortalità, siamo affamati di stati mentali eccitati e concitati. I desideri debbono essere subito soddisfatti e ad ognuno deve essere subito subentrare il successivo, si è smarrita la capacità di darsi un limite ed ecco allora echeggiare nella nostra mente come monito la frase di Aristotele “chi non conosce il suo limite tema il suo destino”.
Non esiste più a livello intrapsichico il rapporto conflittuale tra ciò che si deve fare e ciò che non si deve fare, ma la tensione interna è fra ciò che si è capaci di fare e ciò che non riusciamo a fare . Ogni iniziativa umana è parametrata sul successo che può ottenere e dove non vi è successo vi è depressione come percezione del proprio fallimento esistenziale.
E’ possibile pensare che l’ abuso odierno di psicofarmaci non sia dovuto niente altro che al tentativo dell' essere umano di robottizzare la propria psiche,eliminando, o perlomeno riducendo, la percezione del vacuum e della angoscia per la propria mortalità, del senso di inutilità del vivere. Si creano stati mentali di esaltazione ed accelerazione psichica durante le ore lavorative con farmaci attivanti ,in genere serotoninergici, smorzati e anestetizzati spesso da rilassanti ,in genere benzodiazepine, in quelle poche ore dedicate al riposo notturno il quale deve essere scevro di ansie affinchè, il giorno seguente, possa essere ripristinato il ritmo lavorativo con rinnovato vigore, cioè non indebolito nè inquinato da problematiche di stanchezza per un riposo non adeguato.
Credo che sia importante, perciò,per il nostro benessere, ricercare stati mentali più rallentati e pacificati,dando dare ampio spazio ad una riflessione profonda e consapevole, intrisa di una ritmicità lenta e non frenetica. Riappacificarci ed assaporare la nostra finitezza non fuggendone terrorizzati per gettarci ciecamente nella iperattività facendoci sedurre dalle sirene dell’agire in modo concitato,ma riassaporando l’otium , la trance, la meditazione, l’arte della contemplazione, lasciandoci cullare dalla dilatazione del tempo e dello spazio e riconciliandoci con la nostra condizione di mortali. Può non essere deprimente essere mortale anche per un laico, possiamo arrivare a percepire il termine dell’esistenza come una condizione naturale, a cui veniamo condotti dal fatto stesso di essere nati. Credo che sia è importante, come sostiene Epicuro, coltivare l’amicizia, il rapporto con i nostri simili, ricercando spazi di sessualità sublimata, attraverso la empatia, la comunicazione,lo stare insieme, accostandoci a soggettività per alcuni aspetti diverse dalla nostra ma accumunate a noi dalla condizione di caducità. E’ importante evitare di farsi erodere dalle brame competitive e abbandonare gli egocentrismi e gli arrivismi con le connesse brame di espansione di profitto e di possesso di beni: così ci scontriamo con la miseria e la caducità del nostro essere e viene aggiunto solo un granello di polvere a ciò che possediamo. E’ nostro compito andare al di là di una ideologia di puro accumulo di beni , la quale guarda alla felicità nel suo aspetto puramente edonistico ed è quindi è ben lontana dal garantirla. Inoltre, essendo profondamente legato alla nostra efficienza, ci fa scontrare con il deterioramento connesso al trascorrere del tempo, dandoci il senso della inutilità e della caducità mortale dell’esistenza. Le relazioni devono essere privilegiate rispetto al reddito, perché la solitudine e la mancanza di legami sociali hanno molta più influenza sul benessere di quanto non faccia la situazione economica, fatte naturalmente salve le condizioni di estrema indigenza. Ciò forse non ci conduce alla felicità ma rappresenta la creazione di una struttura anticorpale capace di tutelarci dalla angoscia del vuoto e di conferire serenità e dolcezza alla nostra esistenza.
Affrontando una tematica così complessa come il problema della angoscia esistenziale definibile anche come depressione esistenziale è necessario riprendere brevemente il tema di cosa si intenda per depressione. Possiamo notare come, scivolando progressivamente dalle depressioni maggiori a quelle minori finiamo per imbatterci, alla fine, nella depressione esistenziale, che forse è il quid irriducibile, l’espressione della infelicità umana che è sottesa al nostro essere nel mondo. Facciamo perciò un breve excursus sul tema depressivo stabilendo in chiusura il collegamento con il tema della felicità .
La nosografia della depressione comprende la distinzione tra.
A) Depressioni endogene o maggiori (indipendenti da eventi precipitanti), uni e bipolare, cioè pure o con alternanza di stati depressivi e maniacali cioè di eccitamento.
B) Depressioni reattive, o minori legate ad eventi scatenanti di tipo abbandonico e di perdita (lavoro, affetti, menomazioni fisiche, etc.)
Queste due entità nosologiche sono da alcuni considerate un continuum per cui una sfuma nell’altra, da altri invece due affezioni qualitativamente diverse e questo spiegherebbe perché la prima risponde bene ai farmaci antidepressivi, nella seconda invece sia più decisivo un intervento psicoterapeutico.
Sembrano esposti alla depressione soggetti portatori di un narcisismo precario ,di una valutazione di sé, contrassegnata da immaturità, con insicurezza di base e mancanza di fiducia delle proprie capacità,con costante bisogno di riconoscimento e di stima e le cui relazioni sono spesso contrassegnate da valenze di dipendenza e di appoggio.
Questo tipo di personalità li rende vulnerabili alle frustrazioni e agli abbandoni che le loro esigenze affettive e la loro ambivalenza di fondo possono tendere a provocare.
I sintomi della depressione sono quantitativamente presenti in base alla entità del quadro che spazia tra i due estremi dalla grave melanconia endogena fino al lieve fondo depressivo esistenziale. I sintomi che ora descriveremo sono perciò tanto più marcati e presenti quanto più è grave il disturbo del tono dell’affettività.
Essi riguardano l’umore: il soggetto si sente svalutato, isolato, incompreso, inutile, con ideazioni pessimistiche rivolte a sé e a ciò che lo circonda. Si lamenta circa il suo destino infausto, ha paura della morte e dell’abbandono, il futuro suscita in lui apprensione poiché è visto in una luce sinistra.
L’ansia è diffusa, ma può organizzarsi a livello somatico con cefalee, vertigini, spasmi di natura varia, turbe del sonno, dell’appetito e della sessualità. Inoltre è presente inibizione motoria sotto forma di stanchezza, una astenia che compare fin dal mattino e che non è attenuata dal riposo.
E’ importante distinguere, tra le depressioni minori,la distimia o depressione nevrotica dalla depressione caratteriale o temperamento depressivo che sfuma nella depressione esistenziale. Nella distimia, oltre all’intervento psicoterapeutico psicoanalitico,un uso di farmaci serotoninergici e dopaminergici,se adoperati in modo adeguato, può essere prospettato per un periodo non prolungato.
Nella depressione caratteriale, si ha la impossibilità di separare l’atteggiamento depressivo dalla struttura psichica del soggetto in quanto la tristezza abituale e la tendenza svalutarsi appaiono radicati nel suo carattere. In questo ultimo caso esiste refrattarietà a qualunque trattamento farmacologico e l’intervento relazionale psicoanalitico è fondamentale.
Sovrapponibile sembra il quadro del temperamento depressivo ( i termini carattere e temperamento sono concetti usati diversamente dai vari autori ,che a volte li sovrappongono, a volte viene denominato temperamento la componente biologico- pulsionale, e carattere la componente egoica della personalità)..
Si pone ora il problema di cosa sia la depressione esistenziale e se essa possa essere o meno un sinonimo della infelicità umana cioè se il dolore sia un fattore ineludibile o meno nella nostra esistenza. Intanto è importante rilevare come uno stato mentale di qualsiasi tipo, inclusa quindi la felicità, venga espresso tramite una soggettività e questo comporta una complessità nel decodificare, in termini oggettivi o meglio generali il significato condiviso di certi termini: sono da interpretare perciò soltanto come dei tentativi di orientamento in quel complesso labirinto che è la mente umana.
Bisogna purtroppo constatare, inoltre, che gli esseri umani hanno difficoltà molto maggiore a rilevare una sensazione di benessere che non a sperimentarne il suo contrario, tranne nei casi in cui la sensazione di piacere sia molto accentuata.
Credo sia giusto a questo punto, interrogarci su ciò normalmente si intende per felicità, perché credo che, semanticamente, a questo termine vengono dati significati non univoci. Alcuni intendono riferirsi ad uno stato di ebbrezza o estasi, altri ad una situazione di benessere relativamente libera da conflitti, chi lo assimila alla sicurezza, chi ad uno stato assenza di dispiacere e potremmo citare infinite sensazioni a cui fanno riferimento gli esseri umani, al punto tale che ci viene in mente che, del concetto di felicità, esiste un’idea spiccatamente individuale. Se, comunque, vogliamo cercare di comprendere meglio, possiamo ipotizzare che venga rubricato o come stato mentale di tipo estatico inebriante con caratteristiche di tipo onirico, contrassegnato però dalla caducità o temporaneità, oppure come stato di tranquilla sicurezza priva di affanni la quale può abitare la nostra mente per un tempo prevedibilmente più lungo. Nella prima accezione dobbiamo appunto riconoscere la estrema transitorietà di questi stati mentali e la loro assoluta episodicità nel corso della esistenza.. Dall’analisi dell’inconscio sembra poter dedurre che questi vissuti sono la riproduzione di sensazioni sperimentate dal bambino nei primi mesi di vita,orientativamente dal terzo al sesto, durante il rapporto di unione simbiotica con la madre, in cui il piccolo sperimenta una indifferenziazione tra il sé e il mondo esterno, in modo tale che viene da lui percepito quel “sentimento oceanico”di tipo fusionale di cui parla il poeta Romain Rolland.. Sono quelle sensazioni che hanno un ricollegamento mitologico nelle varie culture, per esempio nel Simposio di Platone , ove Zeus fa dell’uomo un lacerato sempre anelante a ricongiungersi con l’altra parte, nascosta e divisa, per vivere così la sua completezza. Tutti noi aneliamo all’unità, aspiriamo a rivivere e a soddisfare quella che viene percepita come beatitudine e onnipotenza del sé, quello stato di totalità, che ci accompagnerà,nostalgicamente, per tutta l’esistenza: vengono in mente le situazioni di innamoramento o di passionalità,i momenti di compenetrazione orgasmica o gli stati mentali di una madre connessi all’atto procreativo: tutti stati psichici che hanno la caratteristica di avere una durata più o meno breve anche se sono caratterizzati da una intensità decisamente notevole, e potremmo, in modo poetico, inquadrarli come momenti di assaggio dell’immortalità. Se l’individuo porta dentro di sé cospicuamente questo sentimento nostalgico, avrà al suo interno una sensazione spiccata di insoddisfazione, di delusione di fronte alla normalità dell’esistenza e sarà fortemente tentato di dire che la felicità non abita questo mondo.
Il problema che abbiamo noi umani deriva proprio da quella stessa evoluzione psichica che ha permesso i progressi dell’umanità. La nostra autocoscienza, cioè la capacità di pensare il nostro pensiero è quella che, da una parte ci apre al senso, dall’altra è il luogo dell’implosione di ogni senso . Non possiamo essere felici come invece lo può essere un animale che dimostra beatitudine nel mangiare, dormire, saltare . L’autoconsapevolezza che porta con sè la coscienza della nostra finitezza, si scontra con il nostro desiderio perenne di immortalità ed è la radice della infelicità umana.
Il problema della angoscia esistenziale è comunque un tema già profondamente sentito dagli antichi Greci i quali , come dice Nietzsche, hanno avuto il coraggio di “guardare in faccia il dolore e di conoscere e sentire i terrori e l’atrocità dell’esistenza”.Essi hanno percepito la tragicità dell’esistenza nella contrapposizione tra le esigenze della natura e le aspirazioni del singolo. Le leggi di natura dicono infatti che ogni singola esistenza deve morire affinché si generino nuove vite, le quali prendono il posto delle precedenti, in una circolarità della vita e della morte. Il singolo invece grida ad alta voce la sua voglia di vivere e rifiuta questo passaggio di testimone. Il Greco elabora risposte attive alla ineluttabilità della morte, sostenendo che non bisogna illudersi e nemmeno rassegnarsi ma conoscere (màthesis)perché il sapere evita il male evitabile. Il concetto greco di “aretè” che è l’equivalente della “virtus” latina esprime infatti la capacità di eccellere, di essere il migliore,però vivendo e conoscendo il proprio limite (katà mètron), cioè con atteggiamento di saggezza (phrònesis). Gnothi seauton, conosci te stesso, è scritto sul tempio di Delfi, conosci le tue caratteristiche, la tua inclinazione, il tuo demone e arriverai alla eudaimonia che in greco significa felicità , che vedrei più propriamente assimilabile alla pace illuminata dal benessere , perché ritengo che il conoscere non possa dare tanto felicità come stato gioioso quanto serenità esistenziale.
La scuola stoica sosteneva che esiste un legame intimo tra dolori e desideri e il loro motto substine ed abstine è un invito a sopportare l'intolleranza, frutto di passione altrui e ad astenersi dall'intemperanza, frutto della propria passione, facendo prevalere la razionalità . Gli stoici sono assertori delle virtù dell'autocontrollo e del distacco dalle cose terrene,che si realizzano nell'ideale della apateia, della atarassia, della aponia, come mezzi per raggiungere l'integrità morale e intellettuale. Nell'ideale stoico, è il dominio sulle passioni che permette allo spirito il raggiungimento della saggezza.
La filosofia buddista sostiene, analogamente, che il dolore è un vuoto, una mancanza che porta alla ricerca della soddisfazione di desideri , che è continuo ed ininterrotto poichè appena un desiderio è soddisfatto ne nasce uno nuovo,ancora più grande, in un susseguirsi senza sosta, per cui rinunciare ai desideri significa rinunciare a una inutile sofferenza. Quindi solo quando avremo abbandonato gli attaccamenti per cose e persone, scompariranno ansie, angosce, depressioni e tutti i sentimenti spiacevoli che la nostra entità psicosomatica può produrre e sarà possibile sperimentare l'emancipazione dalla sofferenza esistenziale. Per raggiungere l’obiettivo molto importante è per il buddista dedicarsi alla Meditazione, che comporta un'energica disciplina ascetica (yoga) : in questo caso il rimedio non consiste in una sollecitazione verso la razionalità o l’autocontrollo, ma nella soddisfazione della pulsione erotica all’interno del sé con un riscatto dell’onnipotenza originaria preoggettuale e fusionale( infatti negli stati meditativi profondi si parla anche qui di “sentimento oceanico”).Credo, cioè, che si possa pensare che, nell’atto meditativo, la rinuncia al desiderio per le cose venga sostituita da un investimento energetico verso il sé e che l’ appagamento oggettuale fallace e caduco che può derivare dal contatto con gli oggetti può vantaggiosamente essere vicariato dal piacere narcisistico derivante dal serbatoio libidico che può essere rappresentato dalla nostra unità indifferenziata psicofisica.
La visione Giudaico- Cristiana ripropone la cultura dell’onnipotenza- felicità la quale, essa sostiene, non può essere raggiunta in questo mondo ma può essere tuttavia raggiunta in un’altra dimensione. Viene svalutata cioè la vita terrena sostenendo che essa è un transito,che il piacere è un bene effimero,viene riconosciuto che essa è contrassegnata dal dolore esistenziale che ha le sue motivazioni, perché è dovuto alla colpa del peccato originale da cui è possibile redimersi, che è anzi utile a fini espiativi,che è il fattore più potente che induce alla speranza e alla fede, che la vita futura, la vera vita, sarà senza dolore.
La Psicoanalisi con Freud, in sintonia con gli assunti filosofici dell’epoca, prima illuministi poi positivisti, riprende il tema della ragione come unico strumento per esplorare l’inconscio, per bonificarlo, sottraendoci così al dolore che deriva soprattutto dalla ignoranza delle parti nascoste del nostro sé.”Dove era l’Es (il mondo istintivo) deve subentrare l’Io”. Di nuovo è ripreso il tema , del nosce te ipsum conosci te stesso.Una volta assoggettato all’io, il nostro inconscio non potrà essere più fonte di dolore o sofferenza . Il punto è probabilmente questo, che esiste un disagio ineliminabile nel vivere per il fatto stesso che la vita conduce alla morte, e che, come dice Freud, vivere significa, in fondo, accettare di morire lentamente. Vediamo come, anche in questo caso, la fiducia nel predominio della ragione esclude il raggiungimento della felicità in quanto anche la presenza di un io lucido, consapevole, capace di sottrarre gran parte dei territori all’inconscio, può portare l’essere umano soltanto alla normalità esistenziale .Per Freud, come per gli antichi Greci, conoscere profondamente se stessi può lenire le sofferenze, le ansie le angosce e portare a quel piacere che nasce dall’assenza di dispiacere ma non si può certo parlare di felicità terrena.
Nella nostra società secolarizzata e fortemente edonistica la rimozione della morte è un tema costante e gli individui, costantemente accelerati, hanno perduto la capacità di accettare le frustrazioni, dimenticando quanto esse siano un potente motore di crescita individuale. Non è sufficiente un tranquillo benessere perché ci richiama troppo da vicino il nostro status di mortalità, siamo affamati di stati mentali eccitati e concitati. I desideri debbono essere subito soddisfatti e ad ognuno deve essere subito subentrare il successivo, si è smarrita la capacità di darsi un limite ed ecco allora echeggiare nella nostra mente come monito la frase di Aristotele “chi non conosce il suo limite tema il suo destino”.
Non esiste più a livello intrapsichico il rapporto conflittuale tra ciò che si deve fare e ciò che non si deve fare, ma la tensione interna è fra ciò che si è capaci di fare e ciò che non riusciamo a fare . Ogni iniziativa umana è parametrata sul successo che può ottenere e dove non vi è successo vi è depressione come percezione del proprio fallimento esistenziale.
E’ possibile pensare che l’ abuso odierno di psicofarmaci non sia dovuto niente altro che al tentativo dell' essere umano di robottizzare la propria psiche,eliminando, o perlomeno riducendo, la percezione del vacuum e della angoscia per la propria mortalità, del senso di inutilità del vivere. Si creano stati mentali di esaltazione ed accelerazione psichica durante le ore lavorative con farmaci attivanti ,in genere serotoninergici, smorzati e anestetizzati spesso da rilassanti ,in genere benzodiazepine, in quelle poche ore dedicate al riposo notturno il quale deve essere scevro di ansie affinchè, il giorno seguente, possa essere ripristinato il ritmo lavorativo con rinnovato vigore, cioè non indebolito nè inquinato da problematiche di stanchezza per un riposo non adeguato.
Credo che sia importante, perciò,per il nostro benessere, ricercare stati mentali più rallentati e pacificati,dando dare ampio spazio ad una riflessione profonda e consapevole, intrisa di una ritmicità lenta e non frenetica. Riappacificarci ed assaporare la nostra finitezza non fuggendone terrorizzati per gettarci ciecamente nella iperattività facendoci sedurre dalle sirene dell’agire in modo concitato,ma riassaporando l’otium , la trance, la meditazione, l’arte della contemplazione, lasciandoci cullare dalla dilatazione del tempo e dello spazio e riconciliandoci con la nostra condizione di mortali. Può non essere deprimente essere mortale anche per un laico, possiamo arrivare a percepire il termine dell’esistenza come una condizione naturale, a cui veniamo condotti dal fatto stesso di essere nati. Credo che sia è importante, come sostiene Epicuro, coltivare l’amicizia, il rapporto con i nostri simili, ricercando spazi di sessualità sublimata, attraverso la empatia, la comunicazione,lo stare insieme, accostandoci a soggettività per alcuni aspetti diverse dalla nostra ma accumunate a noi dalla condizione di caducità. E’ importante evitare di farsi erodere dalle brame competitive e abbandonare gli egocentrismi e gli arrivismi con le connesse brame di espansione di profitto e di possesso di beni: così ci scontriamo con la miseria e la caducità del nostro essere e viene aggiunto solo un granello di polvere a ciò che possediamo. E’ nostro compito andare al di là di una ideologia di puro accumulo di beni , la quale guarda alla felicità nel suo aspetto puramente edonistico ed è quindi è ben lontana dal garantirla. Inoltre, essendo profondamente legato alla nostra efficienza, ci fa scontrare con il deterioramento connesso al trascorrere del tempo, dandoci il senso della inutilità e della caducità mortale dell’esistenza. Le relazioni devono essere privilegiate rispetto al reddito, perché la solitudine e la mancanza di legami sociali hanno molta più influenza sul benessere di quanto non faccia la situazione economica, fatte naturalmente salve le condizioni di estrema indigenza. Ciò forse non ci conduce alla felicità ma rappresenta la creazione di una struttura anticorpale capace di tutelarci dalla angoscia del vuoto e di conferire serenità e dolcezza alla nostra esistenza.
lunedì 15 novembre 2010
Lacan e lo strutturalismo
Pillole di Lacan. Lacan e lo strutturalismo
Introduzione
Nel cosiddetto dopo-Freud la psicoanalisi si è trovata di fronte ad un punto di biforcazione tra coloro che hanno inteso concepire la psicoanalisi seguendo le orme di Freud (approccio che ha preso il nome di evolutivista), e coloro che da Freud hanno preso le basi per costruire una nuova concezione di psicoanalisi (approccio chiamato strutturalista). Secondo il modello evolutivista, l’uomo è inteso come un organismo in potenza, capace ed in grado di svilupparsi attraverso stadi, fasi di sviluppo evolutivo appunto; il modello strutturalista, invece, intende l’uomo come immerso in una struttura che lo anticipa e lo predetermina, e da questa dipendente per il suo sviluppo.
Ritroviamo nel modello evolutivista autori come lo stesso Freud, Spitz, Mahler, Winnicott, mentre a capo del modello strutturalista troviamo Jacques Lacan, il quale pur prendendosi l’onere di portare in Francia la parola di Freud, da questo prende le mosse per la costruzione della sua teoria.
L’Inconscio, il Linguaggio e l’Altro
Il fondamento su cui è costruita l’idea di Lacan è: «l’inconscio è strutturato come linguaggio». L’inconscio non è quindi l’istintuale, il pre-verbale sul quale deve intervenire l’Io regolatore. L’inconscio è piuttosto il luogo della ragione ed essendo strutturato come un linguaggio, questo sottostà a delle regole, ad una struttura appunto. Lo dimostra l’organizzazione logica e non casuale di produzioni inconsce quali il sogno, il lapsus, il sintomo e l’atto mancato.
Allo stesso tempo il soggetto è immerso nella struttura, è a bagno nella struttura, che lo predetermina, che lo attraversa, una struttura che Lacan chiama Altro. Ed in virtù di questo, l’inconscio diventa «il discorso dell’Altro». L’Altro di Lacan è il campo del linguaggio, entro le cui leggi si trova preso il soggetto. È una rappresentazione che gli è necessaria a per dimostrare la dipendenza dell’uomo dalla struttura, dalla Cultura. Ed il soggetto, l’essere umano, vi si trova iscritto ancor prima della sua nascita, Lacan dice che «nasce nel campo dell’Altro». L’Altro agisce quindi sul bambino ancor prima di ogni possibile interazione della stessa madre, a causa delle leggi dell’Altro, che anticipano la sua nascita.
Lo sviluppo del bambino avviene quindi all’interno della struttura, da cui questo dipende. Ed essendo dipendente, il bambino chiede, chiede all’Altro materno, l’Altro che gli è a più diretto contatto, che vengano soddisfatti i suoi bisogni e che venga risposto alle sue domande, o meglio alla sua unica domanda, mascherata da mille altre domande: è una domanda d’amore, di desiderio dell’Altro, perché è il desiderio (che sta «al di là della domanda») dell’Altro che dà un senso al bambino, che lo fa riconoscere, che lo fa sentire l’unico, insostituibile. Quindi il bambino domanda all’Altro che questo gli riconosca la sua particolarità, che gli doni il suo desiderio: desidera il desiderio di lui che sta nell’Altro. Ma perché il soggetto desidera proprio il desiderio dell’Altro? Per il semplice fatto che potrebbe non essere desiderato. Sotto questa luce, il desiderio risulta essere una mancanza di qualcosa, ciò che Lacan definisce «mancanza ad essere».
Secondo il modello strutturalista, il corpo e la pulsione sono costantemente subordinati all’azione primordiale del Significante, della struttura, in quanto il soggetto è causato dal Significante, è il significato del Significante. Così la pulsione, e quindi la libido, non risultano un qualcosa che si evolve nel tempo: il corpo pulsionale si costituisce solo grazie all’azione del Significante, il corpo si pulsionalizza solo entrando nel campo dell’Altro.
L’azione del Significante sul soggetto si esprime nelle sue abitudini culturali e sociali, a partire dal neonato per arrivare all’adulto, attraverso tagli simbolici (cordone ombelicale, capelli, educazione sfinterica) che sottraggono godimento al corpo, a causa della mancanza d’oggetto. Questa particolare azione del Significante singolarizza dunque il soggetto, per il particolare e personale effetto che la perdita del godimento ha in lui -vedi oggetto piccolo (a).
La costituzione del soggetto: alienazione e separazione
Secondo Lacan all’origine si ha la frammentazione, la scissione, dove il bambino è un corpo in frammenti. Nei primi mesi di vita dipende in tutto e per tutto dall’Altro ed è in balia del caos che attraversa il suo corpo.
Tra i 6 e i 18 mesi, nel cosiddetto «stadio dello specchio», il bambino risponde in modo giubilatorio alla propria immagine riflessa nello specchio. Nello stesso istante in cui si riconosce, si divide in due parti che si costituiscono simultaneamente: l’Io si aliena oggettivamente in un sé. In questo processo, chiamato di alienazione, l’io si costituisce come risultato della mediazione dell’Altro, dell’immagine dell’Altro. E rispetto alla frammentazione originaria, l’immagine nello specchio è un io ideale, che salva il soggetto dalla disgregazione, permettendogli di riconoscersi come Io. Questo tipo di identificazione primaria è il prototipo di tutte le altre identificazione che costelleranno la vita dell’individuo.
Il soggetto può entrare nel campo dell’Altro, solo se perde del godimento, se ne viene svuotato, perché entrare nell’Altro significa sottostare a delle leggi, leggi che inevitabilmente lo privano di godimento: Lacan chiama questa «azione letale del Significante».
Sotto quest’ottica l’Edipo risulta una limitazione del godimento, imposta dalla legge del padre, il quale interviene come rappresentante della legge dell’Altro, alla quale lui stesso è sottomesso. Accettando la legge paterna, il bambino si identifica con il padre, detentore del fallo, cioè preleva dal campo dell’Altro dei significanti, dei tratti che lo rappresentano (storia familiare, cultura, modi, abitudini), ed assume il suo giusto ruolo nella triade familiare.
Successivamente, attraverso il processo di separazione, il soggetto si stacca dall’Altro, non attraverso l’identificazione, ma grazie a ciò che Lacan chiama oggetto piccolo (a), rappresentante del residuo del godimento, prodottosi nelle prime esperienze libidiche infantili, e che prende il posto dell’oggetto perduto, della prima esperienza di godimento totale (l’oggetto materno).
L’esaurirsi di questa prima esperienza far nascere nel soggetto la mancanza ad essere che lo costituisce, mancanza strutturale che rende il soggetto un «soggetto desiderante», mosso dal principio di piacere verso il recupero dell’oggetto perduto.
Ed è proprio attraverso la costituzione dell’oggetto piccolo (a) che il soggetto si stacca dall’Altro, perché l’oggetto piccolo (a) non appartiene al Significante, ma è un qualcosa di assolutamente personale, di diverso tra soggetto e soggetto. Lacan chiama fantasma i diversi modi di ognuno di articolare i propri rapporti di godimento con l’oggetto piccolo (a), ed è quindi il fantasma che distingue un soggetto da un Altro.
Nell’oggetto risiede quindi, per Lacan, ciò che dà significato al soggetto.
Introduzione
Nel cosiddetto dopo-Freud la psicoanalisi si è trovata di fronte ad un punto di biforcazione tra coloro che hanno inteso concepire la psicoanalisi seguendo le orme di Freud (approccio che ha preso il nome di evolutivista), e coloro che da Freud hanno preso le basi per costruire una nuova concezione di psicoanalisi (approccio chiamato strutturalista). Secondo il modello evolutivista, l’uomo è inteso come un organismo in potenza, capace ed in grado di svilupparsi attraverso stadi, fasi di sviluppo evolutivo appunto; il modello strutturalista, invece, intende l’uomo come immerso in una struttura che lo anticipa e lo predetermina, e da questa dipendente per il suo sviluppo.
Ritroviamo nel modello evolutivista autori come lo stesso Freud, Spitz, Mahler, Winnicott, mentre a capo del modello strutturalista troviamo Jacques Lacan, il quale pur prendendosi l’onere di portare in Francia la parola di Freud, da questo prende le mosse per la costruzione della sua teoria.
L’Inconscio, il Linguaggio e l’Altro
Il fondamento su cui è costruita l’idea di Lacan è: «l’inconscio è strutturato come linguaggio». L’inconscio non è quindi l’istintuale, il pre-verbale sul quale deve intervenire l’Io regolatore. L’inconscio è piuttosto il luogo della ragione ed essendo strutturato come un linguaggio, questo sottostà a delle regole, ad una struttura appunto. Lo dimostra l’organizzazione logica e non casuale di produzioni inconsce quali il sogno, il lapsus, il sintomo e l’atto mancato.
Allo stesso tempo il soggetto è immerso nella struttura, è a bagno nella struttura, che lo predetermina, che lo attraversa, una struttura che Lacan chiama Altro. Ed in virtù di questo, l’inconscio diventa «il discorso dell’Altro». L’Altro di Lacan è il campo del linguaggio, entro le cui leggi si trova preso il soggetto. È una rappresentazione che gli è necessaria a per dimostrare la dipendenza dell’uomo dalla struttura, dalla Cultura. Ed il soggetto, l’essere umano, vi si trova iscritto ancor prima della sua nascita, Lacan dice che «nasce nel campo dell’Altro». L’Altro agisce quindi sul bambino ancor prima di ogni possibile interazione della stessa madre, a causa delle leggi dell’Altro, che anticipano la sua nascita.
Lo sviluppo del bambino avviene quindi all’interno della struttura, da cui questo dipende. Ed essendo dipendente, il bambino chiede, chiede all’Altro materno, l’Altro che gli è a più diretto contatto, che vengano soddisfatti i suoi bisogni e che venga risposto alle sue domande, o meglio alla sua unica domanda, mascherata da mille altre domande: è una domanda d’amore, di desiderio dell’Altro, perché è il desiderio (che sta «al di là della domanda») dell’Altro che dà un senso al bambino, che lo fa riconoscere, che lo fa sentire l’unico, insostituibile. Quindi il bambino domanda all’Altro che questo gli riconosca la sua particolarità, che gli doni il suo desiderio: desidera il desiderio di lui che sta nell’Altro. Ma perché il soggetto desidera proprio il desiderio dell’Altro? Per il semplice fatto che potrebbe non essere desiderato. Sotto questa luce, il desiderio risulta essere una mancanza di qualcosa, ciò che Lacan definisce «mancanza ad essere».
Secondo il modello strutturalista, il corpo e la pulsione sono costantemente subordinati all’azione primordiale del Significante, della struttura, in quanto il soggetto è causato dal Significante, è il significato del Significante. Così la pulsione, e quindi la libido, non risultano un qualcosa che si evolve nel tempo: il corpo pulsionale si costituisce solo grazie all’azione del Significante, il corpo si pulsionalizza solo entrando nel campo dell’Altro.
L’azione del Significante sul soggetto si esprime nelle sue abitudini culturali e sociali, a partire dal neonato per arrivare all’adulto, attraverso tagli simbolici (cordone ombelicale, capelli, educazione sfinterica) che sottraggono godimento al corpo, a causa della mancanza d’oggetto. Questa particolare azione del Significante singolarizza dunque il soggetto, per il particolare e personale effetto che la perdita del godimento ha in lui -vedi oggetto piccolo (a).
La costituzione del soggetto: alienazione e separazione
Secondo Lacan all’origine si ha la frammentazione, la scissione, dove il bambino è un corpo in frammenti. Nei primi mesi di vita dipende in tutto e per tutto dall’Altro ed è in balia del caos che attraversa il suo corpo.
Tra i 6 e i 18 mesi, nel cosiddetto «stadio dello specchio», il bambino risponde in modo giubilatorio alla propria immagine riflessa nello specchio. Nello stesso istante in cui si riconosce, si divide in due parti che si costituiscono simultaneamente: l’Io si aliena oggettivamente in un sé. In questo processo, chiamato di alienazione, l’io si costituisce come risultato della mediazione dell’Altro, dell’immagine dell’Altro. E rispetto alla frammentazione originaria, l’immagine nello specchio è un io ideale, che salva il soggetto dalla disgregazione, permettendogli di riconoscersi come Io. Questo tipo di identificazione primaria è il prototipo di tutte le altre identificazione che costelleranno la vita dell’individuo.
Il soggetto può entrare nel campo dell’Altro, solo se perde del godimento, se ne viene svuotato, perché entrare nell’Altro significa sottostare a delle leggi, leggi che inevitabilmente lo privano di godimento: Lacan chiama questa «azione letale del Significante».
Sotto quest’ottica l’Edipo risulta una limitazione del godimento, imposta dalla legge del padre, il quale interviene come rappresentante della legge dell’Altro, alla quale lui stesso è sottomesso. Accettando la legge paterna, il bambino si identifica con il padre, detentore del fallo, cioè preleva dal campo dell’Altro dei significanti, dei tratti che lo rappresentano (storia familiare, cultura, modi, abitudini), ed assume il suo giusto ruolo nella triade familiare.
Successivamente, attraverso il processo di separazione, il soggetto si stacca dall’Altro, non attraverso l’identificazione, ma grazie a ciò che Lacan chiama oggetto piccolo (a), rappresentante del residuo del godimento, prodottosi nelle prime esperienze libidiche infantili, e che prende il posto dell’oggetto perduto, della prima esperienza di godimento totale (l’oggetto materno).
L’esaurirsi di questa prima esperienza far nascere nel soggetto la mancanza ad essere che lo costituisce, mancanza strutturale che rende il soggetto un «soggetto desiderante», mosso dal principio di piacere verso il recupero dell’oggetto perduto.
Ed è proprio attraverso la costituzione dell’oggetto piccolo (a) che il soggetto si stacca dall’Altro, perché l’oggetto piccolo (a) non appartiene al Significante, ma è un qualcosa di assolutamente personale, di diverso tra soggetto e soggetto. Lacan chiama fantasma i diversi modi di ognuno di articolare i propri rapporti di godimento con l’oggetto piccolo (a), ed è quindi il fantasma che distingue un soggetto da un Altro.
Nell’oggetto risiede quindi, per Lacan, ciò che dà significato al soggetto.
venerdì 5 novembre 2010
Perversioni sessuali
Perversioni sessuali
In un libro del 1905, "Tre saggi sulla teoria sessuale", Sigmund Freud definiva la perversione sessuale come il negativo, l'opposto della nevrosi, mettendo in evidenza che:
1)il perverso mette in atto impulsi che il nevrotico rimuove;
2)di fronte all'angoscia, il perverso si difende regredendo a forme di sessualità infantili, mentre il nevrotico adotta manovre basate sullo spostamento e sulla conversione delle emozioni in un altro settore della sua vita.
Le perversioni sessuali sono definite oggi con il termine di parafilie. Coinvolgono primariamente, ed in alcuni casi in modo quasi esclusivo, il sesso maschile. E’ importante comunque sottolineare che tutte le forme di parafilia, sembrano rifiutare o comunque allontanare la possibilità di relazioni sane che richiedano impegno e responsabilità: il sadismo in particolare rifiuta la reciprocità che è come caratteristica fondante dell’amore.
Queste perversioni sono costituite da fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti ed intensamente eccitanti sessualmente, che in generale possono riguardare oggetti inanimati,comportare la sofferenza o l’umiliazione di se stessi o del partner o coinvolgere persone non consenzienti o bambini. Le parafilie assumono carattere di patologia quando i comportamenti, i desideri sessuali o le fantasie diventano pervasive nella vita del soggetto, provocando un disagio significativo sul piano dell’adattamento sociale e lavorativo. Tutti gli individui cosiddetti normali hanno delle fantasie e mettono in atto delle pratiche sessuali che potrebbero apparentemente sembrare “perverse” però il tutto è integrato in una struttura personologica e comportamentale normale. La linea tra normalità e patologia nella sessualità è sempre legata a comportamenti che non siano compulsivi e,soprattutto, che prevedano il consenso reale dei partner sessuali.Se talune fantasie erotiche dal carattere di superficiale perversione vengono vissute o agite sotto forma di gioco, o in modo simulato, e sempre nel rispetto reciproco tra i partners, non si può parlare di parafilia o di una perversione patologica, in quanto la relazione sessuale matura prevede la possibilità di esprimere in modo armonico ed integrato i vari aspetti dell’immaginario erotico.Ogni “condotta sessuale”, per essere definita parafiliaca, ha necessità di causare disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre aree importanti del funzionamento. Va tenuto presente che tali definizioni risentono dell’influenza della nostra cultura e, pertanto, possiamo immaginare che potrebbero subire variazioni nel corso del tempo o non applicarsi a culture completamente diverse. Ciò non toglie che, attualmente, tali condotte siano considerate “patologiche”, in quanto ogni forma di disagio si inscrive sempre all’interno di uno specifico contesto sociale.
Quando ad esempio il “pedofilo” cerca di giustificare la propria condotta parafiliaca portando come esempio altre culture o società antiche, “dimentica” che egli vive in un contesto diverso da quelli che porta come prova che la sua condotta sia da definire “normale”. La negazione di vivere all’interno di un contesto socio-culturale che non sia in grado di giustificare un certo tipo di comportamento tanto da definirlo “patologico” è probabilmente un processo difensivo che va utilizzato nella valutazione diagnostica. Le principali perversioni sessuali che sono prese in considerazione in ambito psicopatologico riguardano:
• la pedofilia,
• l’esibizionismo,
• il voyeurismo,
• il masochismo,
• il sadismo,
• il frotteurismo,
• il feticismo,
• il travestitismo.
PEDOFILIA
Essa consiste nella preferenza erotica da parte di un soggetto giunto alla maturità genitale nei confronti di soggetti che invece non lo sono ancora, cioè in età pre-puberale. La pedofilia definisce l’orientamento della libido del soggetto, non un comportamento oggettivo né un reato.E’ necessario perciò distinguere i pedofili dai child molester (molestatori o persone che abusano di bambini). Le due categorie non sono coincidenti. La pedofilia è una preferenza sessuale dell’individuo o un disturbo psichico, non un reato. Vi sono soggetti pedofili che non attuano condotte illecite, come si hanno casi di abusi su bambini compiuti da individui non affetti da pedofilia. La psichiatria definisce pedofili solo quelle persone, aventi più di 16 anni, per le quali i bambini o le bambine costituiscono l’oggetto sessuale preferenziale, o unico. Non si considera pedofilia il caso in cui la differenza di età tra gli individui sia minore di circa 7 anni. L’attrazione per i teenagers è definita con i termini poco usati di "efebofilia" e "ninfofilia" o «sindrome di Lolita».
La pedofilia può essere: di tipo Esclusivo (attrazione solo per bambini/e) oppure di Tipo Non Esclusivo (persona attratta anche da persone adulte); di tipo Differenziato (attrazione solo per uno dei due sessi) oppure di tipo Indifferenziato. Vi è inoltre una forma di pedofilia limitata all'incesto (interesse rivolto solo a figli/e o a fratelli/sorelle).
Dal punto di vista psico-patologico la pedofìlia è un tipo di sessualità definibile come narcisistica, nel senso che il pedofilo vede il bambino come una proiezione dell´immagine di sé.
Il pedofilo cerca i rapporti sessuali con i bambini per fronteggiare un problema di impotenza nel senso che sente di esercitare sull’altro un potere assoluto e l´attività sessuale con bambini prepuberi rafforzerebbe la sua fragile autostima . Molti accusati di pedofilia sono stati assolti nonostante testimonianze oculari (il ricordo vivo e particolareggiato dei minorenni coinvolti), rivelatesi poi non attendibili e in contrasto con i riscontri probatori.In psicologia, è noto che una persona può avere un ricordo molto vivo e dettagliato di eventi che sinceramente crede che siano accaduti, ma che non si sono mai verificati in realtà. Perciò, anche se la testimonianza proviene da un bambino che non può avere interesse a testimoniare il falso, le indagini devono trovare riscontri probatori oggettivi. Le accuse di pedofilia talora rivolte da bambini minorenni nei confronti dei genitori potrebbero rientrare in «sogni ad occhi aperti», che sono un appagamento compensativo nell'immaginazione di desideri che il bambino avverte come pericolosi e tende a dimenticare. La soddisfazione avviene in un modo semplice, producendo un ricordo che è identico a quello che si sarebbe voluto che accadesse nella realtà. Secondo alcuni studi, una rilevante percentuale dei condannati per pedofilia ha a sua volta subito abusi durante l'infanzia.È stato osservato che i bambini che erano stati oggetto di attenzioni pedofiliche mostrano da adulti un comportamento analogo con maggior frequenza rispetto alla popolazione generale.Freud affermò che i traumi infantili in generale lasciano ferite che non rimarginano più e che provocano, negli adulti una molteplicità di fenomeni a carico della sfera emotiva, relazionale, sociale, comportamentale di varia profondità.
ESIBIZIONISMO
L´esibizionismo è una perversione sessuale che comporta l´esposizione dei genitali ad un estraneo.Gli esibizionisti hanno una profonda insicurezza circa la propria virilità.
Qualche volta il soggetto si masturba mentre si mostra (o mentre fantastica di mostrarsi).
L´insorgenza del disturbo avviene di solito prima dei 18 anni, anche se il disturbo può cominciare in età più avanzata. Dal punto di vista psico-patologico le azioni esibizionistiche possono insorgere come conseguenza di un’umiliazione subita da parte di una figura di riferimento del proprio passato .Nell’atto esibizionistico il soggetto si vendicherebbe dell’umiliazione subita scioccando delle sconosciute.
VOYEURISMO
Il voyeurismo comporta l´atto di osservare soggetti ignari mentre sono nudi, si spogliano, o sono impegnati in attività sessuali.
L´atto di guardare comporta l´eccitazione sessuale e, di solito, non viene ricercata alcuna attività sessuale con la persona osservata. L´orgasmo, in genere indotto dalla masturbazione, può insorgere durante l´attività voyeuristica o più tardi, in risposta al ricordo di ciò a cui il soggetto ha assistito. L´esordio del comportamento voyeuristico avviene di solito prima dei 15 anni. Può essere considerato patologico se diviene , per un periodo di tempo prolungato, l'unica forma di soddisfazione sessuale raggiunta dal soggetto, provocando danni o limitazioni alla sua vita di relazione . Otto Fenichel (1951) ha associato il voyeurismo ad una fissazione inconscia al momento in cui il soggetto, da bambino, vide o sentì per la prima volta i propri genitori avere un rapporto sessuale. Tale evento, in psicanalisi, prende il nome di scena primaria.
MASOCHISMO SESSUALE
Le fantasie masochistiche tendono a esordire nell'infanzia; il coinvolgimento di partner prende luogo a partire dalla prima età adulta. Le fantasie e il comportamento sessuale sadomasochistici tra adulti consenzienti sono molto comuni. L'attività masochistica tende a essere ritualizzata e cronica. Molti tra quelli che praticano tali attività mettono in atto umiliazioni e percosse soltanto a livello di simulazione, con partecipanti che sanno che si tratta di un gioco ed evitano accuratamente umiliazioni o lesioni reali. Tuttavia, alcuni masochisti aumentano la gravità delle proprie attività con il tempo, giungendo potenzialmente a lesioni gravi o alla morte. Le attività masochistiche possono essere il modo preferito o esclusivo di procurarsi l'eccitazione sessuale. I soggetti possono mettere in atto le proprie fantasie masochistiche da soli (p. es., legandosi, trafiggendosi la pelle, applicandosi scosse elettriche, procurandosi bruciature) o andando alla ricerca di un partner che possa essere un sadico. Le attività con il partner comprendono la sottomissione, la bendatura degli occhi, le sculacciate, la flagellazione, l'umiliazione orinando o defecando sulla persona, il travestimento forzato o lo stupro simulato. Una forma potenzialmente pericolosa comporta l'autoasfissia autoerotica parziale (ipossifilia), in cui una persona usa lacci, cappi o sacchetti di plastica per indurre uno stato di relativa ipossia cerebrale sino all'orgasmo. Per aumentare l'ipossia cerebrale possono essere inalati dei nitriti volatili ("popper"). Lo scopo è quello di intensificare l'orgasmo, ma questa attività a volte produce decessi accidentali
SADISMO SESSUALE
Il sadismo è quella condizione psichica per la quale un individuo trae piacere dal dolore, fisico e morale, inflitto ad altri. E’ una perversione dell’erotismo in cui il godimento sessuale è legato alla rappresentazione mentale di una sofferenza altrui o al compimento di atti che provocano uno stato di dolore alla vittima. Le fantasie e gli atti sadici possono comportare un’ attività che indica un controllo e dominio sulla vittima come imprigionare, bendare, fustigare, mutilare e procurare ferite fino alla morte. Come affermato da Fromm il costringere qualcuno a sopportare pene e mutilazioni è un modo per manifestare un controllo e dominio, che non sfocia però nella distruzione dell’altro. Sigmund Freud ha utilizzato frequentemente il termine sadismo per indicare sia la fusione di sessualità e violenza, sia l’esercizio della sola violenza anche senza connotazioni sessuali. Allo stesso modo, in un primo tempo il sadismo fu considerato da Freud un fenomeno primario, capace di convertirsi poi in masochismo, mentre in un secondo momento sarebbe stato il masochismo originario ad essere deviato verso l’esterno sotto forma di sadismo, attraverso la pulsione di morte.
Il sadismo può presentarsi in diverse forme: 1) sadismo non sessuale o psichico che consiste nel provare piacere e gratificazione psicologica nel maltrattare i familiari, nel provare gioia per sconfitte e il dolore altrui. All’interno della vita familiare si nota che questi soggetti pretendono obbedienza, hanno un senso fanatico dell’autorità e puniscono ogni minimo errore; 2) sadismo sessualeche indica il bisogno di vedere soffrire il proprio compagno, specie donna, per il dolore fisico e l’umiliazione prima, durante e dopo il rapporto sessuale
L’obiettivo più radicale del sadico è far soffrire l’altro perché non c’è potere più grande su un’altra persona che quello di infliggere dolore. Il sadico non prova brivido per la morte dell'altro, ma solo per un prolungato processo di tortura e di sofferenza su di una vittima cosciente. E’ possibile, inoltre, fare una distinzione tra le varie forme cliniche di sadismo in virtù dei gradi di aggressività e di conseguenze. Pertanto distinguiamo: a) sadismo criminale, che è proprio di un individuo, che spinto da un sentimento di violenza, tortura la vittima fino ad ucciderla. Il comportamento di questi soggetti sembra essere collegato più ad una forte impulsività e malvagità che a tendenze sessuali; b) sadismo pervertito che consiste in una serie di torture o giochi pervertiti con lo scopo di avere un’eccitazione sessuale.Gli individui che rientrano in questa categoria possono agire sia su soggetti dello stesso sesso, su bambini, animali e perfino su oggetti; c) sadismo nevrotico caratterizzato dal forme di perversioni collegate a sintomi nevrotici come angoscia, ossessioni, fobie.
Colui che commette uno stupro provoca sicuramente alla vittima dolore ma solo il sadico sessuale causa una sofferenza volontaria, sia fisica che psicologica, per garantirsi una forma di eccitazione. Se le azioni coinvolte in uno stupro hanno lo scopo di torturare ed umiliare la vittima provocando allo stupratore un godimento di tipo sessuale, tali azioni rientrano nel sadismo sessuale; lo stringere e il mollare la presa con le mani intorno al collo della vittima in modo da farla svenire per poi rianimarla può provocare una gratificazione sessuale Tuttavia c’è da considerare che alcuni criminali, separatamente da una motivazione sadica, utilizzano l’arma dello strangolamento in quanto più funzionale perchè consente di controllare e sottomettere meglio la vittima; le mutilazioni post-mortem molto spesso sono confuse con il sadismo. Una vittima deceduta non può fornire al sadico alcun input necessario per l’eccitazione sessuale perchè non può soffrire. Pertanto, gli atti post-mortem o azioni commesse su una vittima incosciente non possono essere classificati come azioni sadiche
Secondo le teorie psicodinaliche classiche la soddisfazione del sadico nel vedere soffrire la sua vittima si spiega, con la sua identificazione con la vittima: il sadico quindi gode nel far soffrire se stesso.Ciò che va più di ogni altra cosa messo in rilevo è che c’è una relazione complementare e simmetrica fra sadismo e masochismo, che sono in pratica due facce della stessa medaglia, i due versanti della stessa perversione, le cui forme attive e passive si incontrano nello stesso individuo.Sostiene Freud: “Chi prova piacere ad infliggere dolore agli altri in relazioni sessuali è anche capace di godere il dolore come un piacere che da queste può derivare. Un sadico è allo stesso tempo un masochista, sebbene l’aspetto attivo e quello passivo della perversione possa essere in lui più fortemente sviluppato e costituire la sua attività sessuale prevalente”.
Sembra che l’abuso subito nell’infanzia sia un altro possibile fattore causale o comunque correlazionale del sadismo.Secondo Gabbard, l’atto aggressivo serve a contenere la rabbia e l’ostilità di questi soggetti che sono guidati da un forte desiderio di dominare ed umiliare gli altri e nello stesso tempo di voglia di riscatto e vendetta. Egli afferma che le persone che hanno bisogno di fantasie o azioni sadiche per raggiungere una gratificazione sessuale stanno cercando di capovolgere scenari infantili nei quali sono stati vittime di abuso fisico o sessuale. Infliggendo ad altri quello che accade a loro quando erano bambini ottengono nello stesso tempo vendetta e un senso di padronanza sulle esperienze infantili di abuso. Pertanto, l’atto aggressivo serve a contenere la rabbia e l’ostilità di questi soggetti che sono guidati da un forte desiderio di dominare ed umiliare gli altri e nello steso tempo di voglia di riscatto e vendetta. Lo psicologo forense Richard Walter evidenzia tre caratteristiche del sadismo, le cosiddette “Tre D”: dread (Paura), dependency (dipendenza) e degradation (degradazione) Il sadico vuole istillare un senso di paura nella vittima, provando un’eccitazione sessuale attraverso la percezione del grado di terrore della vittima. Inoltre vuole che la sua vittima sia completamente dipendente da lui; quanto più grande sarà la dipendenza percepita, tanto maggiore sarà il suo brivido sessuale. Il sadico degrada la sua vittima sia fisicamente che spiritualmente. Il sadico vuole sfuggire alla propria solitudine e al proprio senso di isolamento impossessandosi di un’altra persona.
FROTTEURISMO
Il Frotteurismo comporta il toccare e lo strofinarsi con i genitali contro una persona non consenziente.
Si manifesta generalmente in posti affollati (per es., marciapiedi affollati o mezzi di trasporto pubblico).
Mentre il soggetto mette in atto i toccamenti con i propri genitali (da vestito) al corpo di un’ignara donna, di solito fantastica una relazione esclusiva di intimità con la vittima.
FETICISMO
Il feticismo comporta l´uso di oggetti inanimati (il “feticcio”) per ottenere eccitazione sessuale e piacere.
Tra i più comuni oggetti feticistici vi sono mutande, reggiseni, calze, scarpe, stivali, o altri accessori di abbigliamento femminile.
Di solito il feticcio è necessario per l´eccitazione sessuale e si può comprendere come questa perversione possa comportare una limitazione alla libertà di gratificarsi attraverso l’incontro amoroso se questo non viene mediato dall’oggetto feticista.
La parafilia può esordire nell´adolescenza, sebbene il feticcio possa essere stato investito di significato particolare già nella prima fanciullezza.
Una volta instauratosi, il Feticismo tende ad essere cronico.
TRAVESTITISMO
Il travestitismo comporta l´indossare abbigliamento del sesso opposto. Questo disturbo è stato descritto solo in maschi eterosessuali.egli tende a collezionare indumenti femminili con cui di tanto in tanto si traveste. Quando è travestito, in genere prova piacere, immaginando di essere sia il maschio soggetto che la femmina oggetto della sua fantasia sessuale.
Il travestitismo non viene diagnosticato quando il travestimento si manifesta esclusivamente nell´ambito del transessualismo, che è un disturbo dell’identità di genere in cui il soggetto sente di appartenere al sesso opposto a quello genitale. Un maschio affetto da transessualismo si veste da donna perché si sente donna; un maschio affetto da travestitismo si veste da donna perché ciò lo eccita sessualmente.
Il disturbo più spesso insorge con travestimenti già nella fanciullezza o nella prima adolescenza.
Altre parafilie sono
Scatologia telefonica. Telefonate oscene
Necrofilia. Attrazione sessuale per i cadaveri
Parzialismo. Attenzione esclusiva per una parte del corpo.
Zoofilia. Attrazione sessuale per gli animali.
Coprofilia. Uso delle feci per l’eccitazione sessuale.
Urofilia. Uso delle urine per l’eccitazione sessuale.
Clismafilia. Uso dei Clisteri per l’eccitazione sessuale.
Terapia psicoanalitica delle perversioni
Nel considerare le indicazioni del trattamento psicoanalitico delle parafilie, bisogna tenere conto di un fattore, assente nelle nevrosi, che complica il problema. In questi disturbi, infatti,i sintomi tendono ad essere piacevoli e il trattamento minaccia di riaccendere antichi conflitti ai quali il paziente riuscì a sfuggire mediante la malattia e minaccia anche di distruggere l’unico piacere che il paziente conosca. Quindi non è possibile analizzare individui i quali si sentono in pace con la loro perversione.La prognosi terapeutica sarà tanto più favorevole quanto più spiccata è la sofferenza del paziente quanto maggiore cioè è il coefficiente nevrotico della perversione. Inoltre tanto più spiccato è il disturbo narcisistico del carattere tanto maggiori saranno le difficoltà implicite nel trattamento.
In un libro del 1905, "Tre saggi sulla teoria sessuale", Sigmund Freud definiva la perversione sessuale come il negativo, l'opposto della nevrosi, mettendo in evidenza che:
1)il perverso mette in atto impulsi che il nevrotico rimuove;
2)di fronte all'angoscia, il perverso si difende regredendo a forme di sessualità infantili, mentre il nevrotico adotta manovre basate sullo spostamento e sulla conversione delle emozioni in un altro settore della sua vita.
Le perversioni sessuali sono definite oggi con il termine di parafilie. Coinvolgono primariamente, ed in alcuni casi in modo quasi esclusivo, il sesso maschile. E’ importante comunque sottolineare che tutte le forme di parafilia, sembrano rifiutare o comunque allontanare la possibilità di relazioni sane che richiedano impegno e responsabilità: il sadismo in particolare rifiuta la reciprocità che è come caratteristica fondante dell’amore.
Queste perversioni sono costituite da fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti ed intensamente eccitanti sessualmente, che in generale possono riguardare oggetti inanimati,comportare la sofferenza o l’umiliazione di se stessi o del partner o coinvolgere persone non consenzienti o bambini. Le parafilie assumono carattere di patologia quando i comportamenti, i desideri sessuali o le fantasie diventano pervasive nella vita del soggetto, provocando un disagio significativo sul piano dell’adattamento sociale e lavorativo. Tutti gli individui cosiddetti normali hanno delle fantasie e mettono in atto delle pratiche sessuali che potrebbero apparentemente sembrare “perverse” però il tutto è integrato in una struttura personologica e comportamentale normale. La linea tra normalità e patologia nella sessualità è sempre legata a comportamenti che non siano compulsivi e,soprattutto, che prevedano il consenso reale dei partner sessuali.Se talune fantasie erotiche dal carattere di superficiale perversione vengono vissute o agite sotto forma di gioco, o in modo simulato, e sempre nel rispetto reciproco tra i partners, non si può parlare di parafilia o di una perversione patologica, in quanto la relazione sessuale matura prevede la possibilità di esprimere in modo armonico ed integrato i vari aspetti dell’immaginario erotico.Ogni “condotta sessuale”, per essere definita parafiliaca, ha necessità di causare disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre aree importanti del funzionamento. Va tenuto presente che tali definizioni risentono dell’influenza della nostra cultura e, pertanto, possiamo immaginare che potrebbero subire variazioni nel corso del tempo o non applicarsi a culture completamente diverse. Ciò non toglie che, attualmente, tali condotte siano considerate “patologiche”, in quanto ogni forma di disagio si inscrive sempre all’interno di uno specifico contesto sociale.
Quando ad esempio il “pedofilo” cerca di giustificare la propria condotta parafiliaca portando come esempio altre culture o società antiche, “dimentica” che egli vive in un contesto diverso da quelli che porta come prova che la sua condotta sia da definire “normale”. La negazione di vivere all’interno di un contesto socio-culturale che non sia in grado di giustificare un certo tipo di comportamento tanto da definirlo “patologico” è probabilmente un processo difensivo che va utilizzato nella valutazione diagnostica. Le principali perversioni sessuali che sono prese in considerazione in ambito psicopatologico riguardano:
• la pedofilia,
• l’esibizionismo,
• il voyeurismo,
• il masochismo,
• il sadismo,
• il frotteurismo,
• il feticismo,
• il travestitismo.
PEDOFILIA
Essa consiste nella preferenza erotica da parte di un soggetto giunto alla maturità genitale nei confronti di soggetti che invece non lo sono ancora, cioè in età pre-puberale. La pedofilia definisce l’orientamento della libido del soggetto, non un comportamento oggettivo né un reato.E’ necessario perciò distinguere i pedofili dai child molester (molestatori o persone che abusano di bambini). Le due categorie non sono coincidenti. La pedofilia è una preferenza sessuale dell’individuo o un disturbo psichico, non un reato. Vi sono soggetti pedofili che non attuano condotte illecite, come si hanno casi di abusi su bambini compiuti da individui non affetti da pedofilia. La psichiatria definisce pedofili solo quelle persone, aventi più di 16 anni, per le quali i bambini o le bambine costituiscono l’oggetto sessuale preferenziale, o unico. Non si considera pedofilia il caso in cui la differenza di età tra gli individui sia minore di circa 7 anni. L’attrazione per i teenagers è definita con i termini poco usati di "efebofilia" e "ninfofilia" o «sindrome di Lolita».
La pedofilia può essere: di tipo Esclusivo (attrazione solo per bambini/e) oppure di Tipo Non Esclusivo (persona attratta anche da persone adulte); di tipo Differenziato (attrazione solo per uno dei due sessi) oppure di tipo Indifferenziato. Vi è inoltre una forma di pedofilia limitata all'incesto (interesse rivolto solo a figli/e o a fratelli/sorelle).
Dal punto di vista psico-patologico la pedofìlia è un tipo di sessualità definibile come narcisistica, nel senso che il pedofilo vede il bambino come una proiezione dell´immagine di sé.
Il pedofilo cerca i rapporti sessuali con i bambini per fronteggiare un problema di impotenza nel senso che sente di esercitare sull’altro un potere assoluto e l´attività sessuale con bambini prepuberi rafforzerebbe la sua fragile autostima . Molti accusati di pedofilia sono stati assolti nonostante testimonianze oculari (il ricordo vivo e particolareggiato dei minorenni coinvolti), rivelatesi poi non attendibili e in contrasto con i riscontri probatori.In psicologia, è noto che una persona può avere un ricordo molto vivo e dettagliato di eventi che sinceramente crede che siano accaduti, ma che non si sono mai verificati in realtà. Perciò, anche se la testimonianza proviene da un bambino che non può avere interesse a testimoniare il falso, le indagini devono trovare riscontri probatori oggettivi. Le accuse di pedofilia talora rivolte da bambini minorenni nei confronti dei genitori potrebbero rientrare in «sogni ad occhi aperti», che sono un appagamento compensativo nell'immaginazione di desideri che il bambino avverte come pericolosi e tende a dimenticare. La soddisfazione avviene in un modo semplice, producendo un ricordo che è identico a quello che si sarebbe voluto che accadesse nella realtà. Secondo alcuni studi, una rilevante percentuale dei condannati per pedofilia ha a sua volta subito abusi durante l'infanzia.È stato osservato che i bambini che erano stati oggetto di attenzioni pedofiliche mostrano da adulti un comportamento analogo con maggior frequenza rispetto alla popolazione generale.Freud affermò che i traumi infantili in generale lasciano ferite che non rimarginano più e che provocano, negli adulti una molteplicità di fenomeni a carico della sfera emotiva, relazionale, sociale, comportamentale di varia profondità.
ESIBIZIONISMO
L´esibizionismo è una perversione sessuale che comporta l´esposizione dei genitali ad un estraneo.Gli esibizionisti hanno una profonda insicurezza circa la propria virilità.
Qualche volta il soggetto si masturba mentre si mostra (o mentre fantastica di mostrarsi).
L´insorgenza del disturbo avviene di solito prima dei 18 anni, anche se il disturbo può cominciare in età più avanzata. Dal punto di vista psico-patologico le azioni esibizionistiche possono insorgere come conseguenza di un’umiliazione subita da parte di una figura di riferimento del proprio passato .Nell’atto esibizionistico il soggetto si vendicherebbe dell’umiliazione subita scioccando delle sconosciute.
VOYEURISMO
Il voyeurismo comporta l´atto di osservare soggetti ignari mentre sono nudi, si spogliano, o sono impegnati in attività sessuali.
L´atto di guardare comporta l´eccitazione sessuale e, di solito, non viene ricercata alcuna attività sessuale con la persona osservata. L´orgasmo, in genere indotto dalla masturbazione, può insorgere durante l´attività voyeuristica o più tardi, in risposta al ricordo di ciò a cui il soggetto ha assistito. L´esordio del comportamento voyeuristico avviene di solito prima dei 15 anni. Può essere considerato patologico se diviene , per un periodo di tempo prolungato, l'unica forma di soddisfazione sessuale raggiunta dal soggetto, provocando danni o limitazioni alla sua vita di relazione . Otto Fenichel (1951) ha associato il voyeurismo ad una fissazione inconscia al momento in cui il soggetto, da bambino, vide o sentì per la prima volta i propri genitori avere un rapporto sessuale. Tale evento, in psicanalisi, prende il nome di scena primaria.
MASOCHISMO SESSUALE
Le fantasie masochistiche tendono a esordire nell'infanzia; il coinvolgimento di partner prende luogo a partire dalla prima età adulta. Le fantasie e il comportamento sessuale sadomasochistici tra adulti consenzienti sono molto comuni. L'attività masochistica tende a essere ritualizzata e cronica. Molti tra quelli che praticano tali attività mettono in atto umiliazioni e percosse soltanto a livello di simulazione, con partecipanti che sanno che si tratta di un gioco ed evitano accuratamente umiliazioni o lesioni reali. Tuttavia, alcuni masochisti aumentano la gravità delle proprie attività con il tempo, giungendo potenzialmente a lesioni gravi o alla morte. Le attività masochistiche possono essere il modo preferito o esclusivo di procurarsi l'eccitazione sessuale. I soggetti possono mettere in atto le proprie fantasie masochistiche da soli (p. es., legandosi, trafiggendosi la pelle, applicandosi scosse elettriche, procurandosi bruciature) o andando alla ricerca di un partner che possa essere un sadico. Le attività con il partner comprendono la sottomissione, la bendatura degli occhi, le sculacciate, la flagellazione, l'umiliazione orinando o defecando sulla persona, il travestimento forzato o lo stupro simulato. Una forma potenzialmente pericolosa comporta l'autoasfissia autoerotica parziale (ipossifilia), in cui una persona usa lacci, cappi o sacchetti di plastica per indurre uno stato di relativa ipossia cerebrale sino all'orgasmo. Per aumentare l'ipossia cerebrale possono essere inalati dei nitriti volatili ("popper"). Lo scopo è quello di intensificare l'orgasmo, ma questa attività a volte produce decessi accidentali
SADISMO SESSUALE
Il sadismo è quella condizione psichica per la quale un individuo trae piacere dal dolore, fisico e morale, inflitto ad altri. E’ una perversione dell’erotismo in cui il godimento sessuale è legato alla rappresentazione mentale di una sofferenza altrui o al compimento di atti che provocano uno stato di dolore alla vittima. Le fantasie e gli atti sadici possono comportare un’ attività che indica un controllo e dominio sulla vittima come imprigionare, bendare, fustigare, mutilare e procurare ferite fino alla morte. Come affermato da Fromm il costringere qualcuno a sopportare pene e mutilazioni è un modo per manifestare un controllo e dominio, che non sfocia però nella distruzione dell’altro. Sigmund Freud ha utilizzato frequentemente il termine sadismo per indicare sia la fusione di sessualità e violenza, sia l’esercizio della sola violenza anche senza connotazioni sessuali. Allo stesso modo, in un primo tempo il sadismo fu considerato da Freud un fenomeno primario, capace di convertirsi poi in masochismo, mentre in un secondo momento sarebbe stato il masochismo originario ad essere deviato verso l’esterno sotto forma di sadismo, attraverso la pulsione di morte.
Il sadismo può presentarsi in diverse forme: 1) sadismo non sessuale o psichico che consiste nel provare piacere e gratificazione psicologica nel maltrattare i familiari, nel provare gioia per sconfitte e il dolore altrui. All’interno della vita familiare si nota che questi soggetti pretendono obbedienza, hanno un senso fanatico dell’autorità e puniscono ogni minimo errore; 2) sadismo sessualeche indica il bisogno di vedere soffrire il proprio compagno, specie donna, per il dolore fisico e l’umiliazione prima, durante e dopo il rapporto sessuale
L’obiettivo più radicale del sadico è far soffrire l’altro perché non c’è potere più grande su un’altra persona che quello di infliggere dolore. Il sadico non prova brivido per la morte dell'altro, ma solo per un prolungato processo di tortura e di sofferenza su di una vittima cosciente. E’ possibile, inoltre, fare una distinzione tra le varie forme cliniche di sadismo in virtù dei gradi di aggressività e di conseguenze. Pertanto distinguiamo: a) sadismo criminale, che è proprio di un individuo, che spinto da un sentimento di violenza, tortura la vittima fino ad ucciderla. Il comportamento di questi soggetti sembra essere collegato più ad una forte impulsività e malvagità che a tendenze sessuali; b) sadismo pervertito che consiste in una serie di torture o giochi pervertiti con lo scopo di avere un’eccitazione sessuale.Gli individui che rientrano in questa categoria possono agire sia su soggetti dello stesso sesso, su bambini, animali e perfino su oggetti; c) sadismo nevrotico caratterizzato dal forme di perversioni collegate a sintomi nevrotici come angoscia, ossessioni, fobie.
Colui che commette uno stupro provoca sicuramente alla vittima dolore ma solo il sadico sessuale causa una sofferenza volontaria, sia fisica che psicologica, per garantirsi una forma di eccitazione. Se le azioni coinvolte in uno stupro hanno lo scopo di torturare ed umiliare la vittima provocando allo stupratore un godimento di tipo sessuale, tali azioni rientrano nel sadismo sessuale; lo stringere e il mollare la presa con le mani intorno al collo della vittima in modo da farla svenire per poi rianimarla può provocare una gratificazione sessuale Tuttavia c’è da considerare che alcuni criminali, separatamente da una motivazione sadica, utilizzano l’arma dello strangolamento in quanto più funzionale perchè consente di controllare e sottomettere meglio la vittima; le mutilazioni post-mortem molto spesso sono confuse con il sadismo. Una vittima deceduta non può fornire al sadico alcun input necessario per l’eccitazione sessuale perchè non può soffrire. Pertanto, gli atti post-mortem o azioni commesse su una vittima incosciente non possono essere classificati come azioni sadiche
Secondo le teorie psicodinaliche classiche la soddisfazione del sadico nel vedere soffrire la sua vittima si spiega, con la sua identificazione con la vittima: il sadico quindi gode nel far soffrire se stesso.Ciò che va più di ogni altra cosa messo in rilevo è che c’è una relazione complementare e simmetrica fra sadismo e masochismo, che sono in pratica due facce della stessa medaglia, i due versanti della stessa perversione, le cui forme attive e passive si incontrano nello stesso individuo.Sostiene Freud: “Chi prova piacere ad infliggere dolore agli altri in relazioni sessuali è anche capace di godere il dolore come un piacere che da queste può derivare. Un sadico è allo stesso tempo un masochista, sebbene l’aspetto attivo e quello passivo della perversione possa essere in lui più fortemente sviluppato e costituire la sua attività sessuale prevalente”.
Sembra che l’abuso subito nell’infanzia sia un altro possibile fattore causale o comunque correlazionale del sadismo.Secondo Gabbard, l’atto aggressivo serve a contenere la rabbia e l’ostilità di questi soggetti che sono guidati da un forte desiderio di dominare ed umiliare gli altri e nello stesso tempo di voglia di riscatto e vendetta. Egli afferma che le persone che hanno bisogno di fantasie o azioni sadiche per raggiungere una gratificazione sessuale stanno cercando di capovolgere scenari infantili nei quali sono stati vittime di abuso fisico o sessuale. Infliggendo ad altri quello che accade a loro quando erano bambini ottengono nello stesso tempo vendetta e un senso di padronanza sulle esperienze infantili di abuso. Pertanto, l’atto aggressivo serve a contenere la rabbia e l’ostilità di questi soggetti che sono guidati da un forte desiderio di dominare ed umiliare gli altri e nello steso tempo di voglia di riscatto e vendetta. Lo psicologo forense Richard Walter evidenzia tre caratteristiche del sadismo, le cosiddette “Tre D”: dread (Paura), dependency (dipendenza) e degradation (degradazione) Il sadico vuole istillare un senso di paura nella vittima, provando un’eccitazione sessuale attraverso la percezione del grado di terrore della vittima. Inoltre vuole che la sua vittima sia completamente dipendente da lui; quanto più grande sarà la dipendenza percepita, tanto maggiore sarà il suo brivido sessuale. Il sadico degrada la sua vittima sia fisicamente che spiritualmente. Il sadico vuole sfuggire alla propria solitudine e al proprio senso di isolamento impossessandosi di un’altra persona.
FROTTEURISMO
Il Frotteurismo comporta il toccare e lo strofinarsi con i genitali contro una persona non consenziente.
Si manifesta generalmente in posti affollati (per es., marciapiedi affollati o mezzi di trasporto pubblico).
Mentre il soggetto mette in atto i toccamenti con i propri genitali (da vestito) al corpo di un’ignara donna, di solito fantastica una relazione esclusiva di intimità con la vittima.
FETICISMO
Il feticismo comporta l´uso di oggetti inanimati (il “feticcio”) per ottenere eccitazione sessuale e piacere.
Tra i più comuni oggetti feticistici vi sono mutande, reggiseni, calze, scarpe, stivali, o altri accessori di abbigliamento femminile.
Di solito il feticcio è necessario per l´eccitazione sessuale e si può comprendere come questa perversione possa comportare una limitazione alla libertà di gratificarsi attraverso l’incontro amoroso se questo non viene mediato dall’oggetto feticista.
La parafilia può esordire nell´adolescenza, sebbene il feticcio possa essere stato investito di significato particolare già nella prima fanciullezza.
Una volta instauratosi, il Feticismo tende ad essere cronico.
TRAVESTITISMO
Il travestitismo comporta l´indossare abbigliamento del sesso opposto. Questo disturbo è stato descritto solo in maschi eterosessuali.egli tende a collezionare indumenti femminili con cui di tanto in tanto si traveste. Quando è travestito, in genere prova piacere, immaginando di essere sia il maschio soggetto che la femmina oggetto della sua fantasia sessuale.
Il travestitismo non viene diagnosticato quando il travestimento si manifesta esclusivamente nell´ambito del transessualismo, che è un disturbo dell’identità di genere in cui il soggetto sente di appartenere al sesso opposto a quello genitale. Un maschio affetto da transessualismo si veste da donna perché si sente donna; un maschio affetto da travestitismo si veste da donna perché ciò lo eccita sessualmente.
Il disturbo più spesso insorge con travestimenti già nella fanciullezza o nella prima adolescenza.
Altre parafilie sono
Scatologia telefonica. Telefonate oscene
Necrofilia. Attrazione sessuale per i cadaveri
Parzialismo. Attenzione esclusiva per una parte del corpo.
Zoofilia. Attrazione sessuale per gli animali.
Coprofilia. Uso delle feci per l’eccitazione sessuale.
Urofilia. Uso delle urine per l’eccitazione sessuale.
Clismafilia. Uso dei Clisteri per l’eccitazione sessuale.
Terapia psicoanalitica delle perversioni
Nel considerare le indicazioni del trattamento psicoanalitico delle parafilie, bisogna tenere conto di un fattore, assente nelle nevrosi, che complica il problema. In questi disturbi, infatti,i sintomi tendono ad essere piacevoli e il trattamento minaccia di riaccendere antichi conflitti ai quali il paziente riuscì a sfuggire mediante la malattia e minaccia anche di distruggere l’unico piacere che il paziente conosca. Quindi non è possibile analizzare individui i quali si sentono in pace con la loro perversione.La prognosi terapeutica sarà tanto più favorevole quanto più spiccata è la sofferenza del paziente quanto maggiore cioè è il coefficiente nevrotico della perversione. Inoltre tanto più spiccato è il disturbo narcisistico del carattere tanto maggiori saranno le difficoltà implicite nel trattamento.
Sintomo psichico e suo significato
Sintomo psichico e suo significato
La psicoanalisi ha permesso lo studio e l’approfondimento dinamico delle varie psicopatologie attraverso la scoperta che i meccanismi che operano nella mente di una persone sofferente di disturbi psicopatologici siano esattamente gli stessi che operano nella mente di una persona "sana"; la differenza sta nell'intensità con cui i conflitti che agiscono nella mente della persona si manifestano esternamente , ed intervengono nella sua vita personale e sociale. In ognuno (nei soggetti "sani", così come nei soggetti "malati"), esistono dei conflitti tra pulsioni e forze inconsce di vario tipo. Pulsioni inaccettabili per la mente cosciente, vengono fermate con l'ausilio dei cosiddetti meccanismi di difesa. I sintomi nevrotici sono la espressione simbolica, nella vita cosciente, sotto forma di compromessi più o meno riusciti ed efficaci,di conflitti tra le forze di repressione dei vissuti e quelle che tendono a farli accedere alla vita cosciente.
La concezione energetica e dinamica delle forze che alimentano la vita psichica, induce a supporre che una quantità importante di risorse è impiegata per mantenere questo equilibrio precario e per sostenere la lotta contro l’angoscia o la depressione a scapito di una normale maturazione psicosessuale.
La psicoanalisi , rinforzando l’Io del soggetto, si pone come obiettivo quello di permettere al materiale rimosso di riaffiorare alla coscienza, in modo tale da liberare l´ energia repressa, il che è utile al perseguimento della maturazione affettiva.
Il disvelamento del materiale rimosso avviene attraverso la tecnica delle libere associazioni delle idee (intuito e inaugurato da Sigmund Freud) , applicabile alle fantasie diurne e al materiale onirico. Pur restando inconsci, questi conflitti possono spesso manifestarsi tramite degli "indizi indiretti", che è possibile cercare di interpretare da una prospettiva psicoanalitica. Tali indici di conflitto, nella teorizzazione freudiana, possono includere i lapsus, le dimenticanze, gli errori di distrazione, i sogni, ma anche ogni tipo di produzione creativa della persona (ad esempio, l'attività artistica e quella intellettuale, tramite processi di sublimazione; e, pur non generando una situazione patologica, si possono considerare come sintomi della presenza di tali conflitti. Questi fenomeni fanno ovviamente parte della vita delle persone "sane", così come di quelle che manifestano sintomi patologici. I contenuti rimossi vengono mantenuti nell'inconscio da quelle che Freud chiama resistenze, che hanno lo scopo di impedire che il materiale che un tempo era ritenuto pericoloso per il soggetto possa "riemergere" in futuro. la differenza tra soggetto "malato" e "sano" è solo quantitativa e non qualitativa: la differenza sta nell'intensità e struttura dei conflitti inconsci che la persona si trova a dover fronteggiare, e nel modo con cui questi conflitti si esprimono.
La psicoanalisi ha permesso lo studio e l’approfondimento dinamico delle varie psicopatologie attraverso la scoperta che i meccanismi che operano nella mente di una persone sofferente di disturbi psicopatologici siano esattamente gli stessi che operano nella mente di una persona "sana"; la differenza sta nell'intensità con cui i conflitti che agiscono nella mente della persona si manifestano esternamente , ed intervengono nella sua vita personale e sociale. In ognuno (nei soggetti "sani", così come nei soggetti "malati"), esistono dei conflitti tra pulsioni e forze inconsce di vario tipo. Pulsioni inaccettabili per la mente cosciente, vengono fermate con l'ausilio dei cosiddetti meccanismi di difesa. I sintomi nevrotici sono la espressione simbolica, nella vita cosciente, sotto forma di compromessi più o meno riusciti ed efficaci,di conflitti tra le forze di repressione dei vissuti e quelle che tendono a farli accedere alla vita cosciente.
La concezione energetica e dinamica delle forze che alimentano la vita psichica, induce a supporre che una quantità importante di risorse è impiegata per mantenere questo equilibrio precario e per sostenere la lotta contro l’angoscia o la depressione a scapito di una normale maturazione psicosessuale.
La psicoanalisi , rinforzando l’Io del soggetto, si pone come obiettivo quello di permettere al materiale rimosso di riaffiorare alla coscienza, in modo tale da liberare l´ energia repressa, il che è utile al perseguimento della maturazione affettiva.
Il disvelamento del materiale rimosso avviene attraverso la tecnica delle libere associazioni delle idee (intuito e inaugurato da Sigmund Freud) , applicabile alle fantasie diurne e al materiale onirico. Pur restando inconsci, questi conflitti possono spesso manifestarsi tramite degli "indizi indiretti", che è possibile cercare di interpretare da una prospettiva psicoanalitica. Tali indici di conflitto, nella teorizzazione freudiana, possono includere i lapsus, le dimenticanze, gli errori di distrazione, i sogni, ma anche ogni tipo di produzione creativa della persona (ad esempio, l'attività artistica e quella intellettuale, tramite processi di sublimazione; e, pur non generando una situazione patologica, si possono considerare come sintomi della presenza di tali conflitti. Questi fenomeni fanno ovviamente parte della vita delle persone "sane", così come di quelle che manifestano sintomi patologici. I contenuti rimossi vengono mantenuti nell'inconscio da quelle che Freud chiama resistenze, che hanno lo scopo di impedire che il materiale che un tempo era ritenuto pericoloso per il soggetto possa "riemergere" in futuro. la differenza tra soggetto "malato" e "sano" è solo quantitativa e non qualitativa: la differenza sta nell'intensità e struttura dei conflitti inconsci che la persona si trova a dover fronteggiare, e nel modo con cui questi conflitti si esprimono.
lunedì 25 ottobre 2010
Depressione o condizione umana?
Angoscia esistenziale
Affrontando una tematica così complessa come il problema della angoscia esistenziale definibile anche come depressione esistenziale è necessario riprendere brevemente il tema di cosa si intenda per depressione. Possiamo notare come, scivolando progressivamente dalle depressioni maggiori a quelle minori finiamo per imbatterci, alla fine, nella depressione esistenziale, che forse è il quid irriducibile, l’espressione della infelicità umana che è sottesa al nostro essere nel mondo. Facciamo perciò un breve excursus sul tema depressivo stabilendo in chiusura il collegamento con il tema della felicità .
La nosografia della depressione comprende la distinzione tra.
A) Depressioni endogene o maggiori (indipendenti da eventi precipitanti), uni e bipolare, cioè pure o con alternanza di stati depressivi e maniacali cioè di eccitamento.
B) Depressioni reattive, o minori legate ad eventi scatenanti di tipo abbandonico e di perdita (lavoro, affetti, menomazioni fisiche, etc.)
Queste due entità nosologiche sono da alcuni considerate un continuum per cui una sfuma nell’altra, da altri invece due affezioni qualitativamente diverse e questo spiegherebbe perché la prima risponde bene ai farmaci antidepressivi, nella seconda invece sia più decisivo un intervento psicoterapeutico.
Sembrano esposti alla depressione soggetti portatori di un narcisismo precario ,di una valutazione di sé, contrassegnata da immaturità, con insicurezza di base e mancanza di fiducia delle proprie capacità,con costante bisogno di riconoscimento e di stima e le cui relazioni sono spesso contrassegnate da valenze di dipendenza e di appoggio.
Questo tipo di personalità li rende vulnerabili alle frustrazioni e agli abbandoni che le loro esigenze affettive e la loro ambivalenza di fondo possono tendere a provocare.
I sintomi della depressione sono quantitativamente presenti in base alla entità del quadro che spazia tra i due estremi dalla grave melanconia endogena fino al lieve fondo depressivo esistenziale. I sintomi che ora descriveremo sono perciò tanto più marcati e presenti quanto più è grave il disturbo del tono dell’affettività.
Essi riguardano l’umore: il soggetto si sente svalutato, isolato, incompreso, inutile, con ideazioni pessimistiche rivolte a sé e a ciò che lo circonda. Si lamenta circa il suo destino infausto, ha paura della morte e dell’abbandono, il futuro suscita in lui apprensione poiché è visto in una luce sinistra.
L’ansia è diffusa, ma può organizzarsi a livello somatico con cefalee, vertigini, spasmi di natura varia, turbe del sonno, dell’appetito e della sessualità. Inoltre è presente inibizione motoria sotto forma di stanchezza, una astenia che compare fin dal mattino e che non è attenuata dal riposo.
E’ importante distinguere, tra le depressioni minori,la distimia o depressione nevrotica dalla depressione caratteriale o temperamento depressivo che sfuma nella depressione esistenziale. Nella distimia, oltre all’intervento psicoterapeutico psicoanalitico,un uso di farmaci serotoninergici e dopaminergici,se adoperati in modo adeguato, può essere prospettato per un periodo non prolungato.
Nella depressione caratteriale, si ha la impossibilità di separare l’atteggiamento depressivo dalla struttura psichica del soggetto in quanto la tristezza abituale e la tendenza svalutarsi appaiono radicati nel suo carattere. In questo ultimo caso esiste refrattarietà a qualunque trattamento farmacologico e l’intervento relazionale psicoanalitico è fondamentale.
Sovrapponibile sembra il quadro del temperamento depressivo ( i termini carattere e temperamento sono concetti usati diversamente dai vari autori ,che a volte li sovrappongono, a volte viene denominato temperamento la componente biologico- pulsionale, e carattere la componente egoica della personalità)..
Si pone ora il problema di cosa sia la depressione esistenziale e se essa possa essere o meno un sinonimo della infelicità umana cioè se il dolore sia un fattore ineludibile o meno nella nostra esistenza. Intanto è importante rilevare come uno stato mentale di qualsiasi tipo, inclusa quindi la felicità, venga espresso tramite una soggettività e questo comporta una complessità nel decodificare, in termini oggettivi o meglio generali il significato condiviso di certi termini: sono da interpretare perciò soltanto come dei tentativi di orientamento in quel complesso labirinto che è la mente umana.
Bisogna purtroppo constatare, inoltre, che gli esseri umani hanno difficoltà molto maggiore a rilevare una sensazione di benessere che non a sperimentarne il suo contrario, tranne nei casi in cui la sensazione di piacere sia molto accentuata.
Credo sia giusto a questo punto, interrogarci su ciò normalmente si intende per felicità, perché credo che, semanticamente, a questo termine vengono dati significati non univoci. Alcuni intendono riferirsi ad uno stato di ebbrezza o estasi, altri ad una situazione di benessere relativamente libera da conflitti, chi lo assimila alla sicurezza, chi ad uno stato assenza di dispiacere e potremmo citare infinite sensazioni a cui fanno riferimento gli esseri umani, al punto tale che ci viene in mente che, del concetto di felicità, esiste un’idea spiccatamente individuale. Se, comunque, vogliamo cercare di comprendere meglio, possiamo ipotizzare che venga rubricato o come stato mentale di tipo estatico inebriante con caratteristiche di tipo onirico, contrassegnato però dalla caducità o temporaneità, oppure come stato di tranquilla sicurezza priva di affanni la quale può abitare la nostra mente per un tempo prevedibilmente più lungo. Nella prima accezione dobbiamo appunto riconoscere la estrema transitorietà di questi stati mentali e la loro assoluta episodicità nel corso della esistenza.. Dall’analisi dell’inconscio sembra poter dedurre che questi vissuti sono la riproduzione di sensazioni sperimentate dal bambino nei primi mesi di vita,orientativamente dal terzo al sesto, durante il rapporto di unione simbiotica con la madre, in cui il piccolo sperimenta una indifferenziazione tra il sé e il mondo esterno, in modo tale che viene da lui percepito quel “sentimento oceanico”di tipo fusionale di cui parla il poeta Romain Rolland.. Sono quelle sensazioni che hanno un ricollegamento mitologico nelle varie culture, per esempio nel Simposio di Platone , ove Zeus fa dell’uomo un lacerato sempre anelante a ricongiungersi con l’altra parte, nascosta e divisa, per vivere così la sua completezza. Tutti noi aneliamo all’unità, aspiriamo a rivivere e a soddisfare quella che viene percepita come beatitudine e onnipotenza del sé, quello stato di totalità, che ci accompagnerà,nostalgicamente, per tutta l’esistenza: vengono in mente le situazioni di innamoramento o di passionalità,i momenti di compenetrazione orgasmica o gli stati mentali di una madre connessi all’atto procreativo: tutti stati psichici che hanno la caratteristica di avere una durata più o meno breve anche se sono caratterizzati da una intensità decisamente notevole, e potremmo, in modo poetico, inquadrarli come momenti di assaggio dell’immortalità. Se l’individuo porta dentro di sé cospicuamente questo sentimento nostalgico, avrà al suo interno una sensazione spiccata di insoddisfazione, di delusione di fronte alla normalità dell’esistenza e sarà fortemente tentato di dire che la felicità non abita questo mondo.
Il problema che abbiamo noi umani deriva proprio da quella stessa evoluzione psichica che ha permesso i progressi dell’umanità. La nostra autocoscienza, cioè la capacità di pensare il nostro pensiero è quella che, da una parte ci apre al senso, dall’altra è il luogo dell’implosione di ogni senso . Non possiamo essere felici come invece lo può essere un animale che dimostra beatitudine nel mangiare, dormire, saltare . L’autoconsapevolezza che porta con sè la coscienza della nostra finitezza, si scontra con il nostro desiderio perenne di immortalità ed è la radice della infelicità umana.
Il problema della angoscia esistenziale è comunque un tema già profondamente sentito dagli antichi Greci i quali , come dice Nietzsche, hanno avuto il coraggio di “guardare in faccia il dolore e di conoscere e sentire i terrori e l’atrocità dell’esistenza”.Essi hanno percepito la tragicità dell’esistenza nella contrapposizione tra le esigenze della natura e le aspirazioni del singolo. Le leggi di natura dicono infatti che ogni singola esistenza deve morire affinché si generino nuove vite, le quali prendono il posto delle precedenti, in una circolarità della vita e della morte. Il singolo invece grida ad alta voce la sua voglia di vivere e rifiuta questo passaggio di testimone. Il Greco elabora risposte attive alla ineluttabilità della morte, sostenendo che non bisogna illudersi e nemmeno rassegnarsi ma conoscere (màthesis)perché il sapere evita il male evitabile. Il concetto greco di “aretè” che è l’equivalente della “virtus” latina esprime infatti la capacità di eccellere, di essere il migliore,però vivendo e conoscendo il proprio limite (katà mètron), cioè con atteggiamento di saggezza (phrònesis). Gnothi seauton, conosci te stesso, è scritto sul tempio di Delfi, conosci le tue caratteristiche, la tua inclinazione, il tuo demone e arriverai alla eudaimonia che in greco significa felicità , che vedrei più propriamente assimilabile alla pace illuminata dal benessere , perché ritengo che il conoscere non possa dare tanto felicità come stato gioioso quanto serenità esistenziale.
La scuola stoica sosteneva che esiste un legame intimo tra dolori e desideri e il loro motto substine ed abstine è un invito a sopportare l'intolleranza, frutto di passione altrui e ad astenersi dall'intemperanza, frutto della propria passione, facendo prevalere la razionalità . Gli stoici sono assertori delle virtù dell'autocontrollo e del distacco dalle cose terrene,che si realizzano nell'ideale della apateia, della atarassia, della aponia, come mezzi per raggiungere l'integrità morale e intellettuale. Nell'ideale stoico, è il dominio sulle passioni che permette allo spirito il raggiungimento della saggezza.
La filosofia buddista sostiene, analogamente, che il dolore è un vuoto, una mancanza che porta alla ricerca della soddisfazione di desideri , che è continuo ed ininterrotto poichè appena un desiderio è soddisfatto ne nasce uno nuovo,ancora più grande, in un susseguirsi senza sosta, per cui rinunciare ai desideri significa rinunciare a una inutile sofferenza. Quindi solo quando avremo abbandonato gli attaccamenti per cose e persone, scompariranno ansie, angosce, depressioni e tutti i sentimenti spiacevoli che la nostra entità psicosomatica può produrre e sarà possibile sperimentare l'emancipazione dalla sofferenza esistenziale. Per raggiungere l’obiettivo molto importante è per il buddista dedicarsi alla Meditazione, che comporta un'energica disciplina ascetica (yoga) : in questo caso il rimedio non consiste in una sollecitazione verso la razionalità o l’autocontrollo, ma nella soddisfazione della pulsione erotica all’interno del sé con un riscatto dell’onnipotenza originaria preoggettuale e fusionale( infatti negli stati meditativi profondi si parla anche qui di “sentimento oceanico”).Credo, cioè, che si possa pensare che, nell’atto meditativo, la rinuncia al desiderio per le cose venga sostituita da un investimento energetico verso il sé e che l’ appagamento oggettuale fallace e caduco che può derivare dal contatto con gli oggetti può vantaggiosamente essere vicariato dal piacere narcisistico derivante dal serbatoio libidico che può essere rappresentato dalla nostra unità indifferenziata psicofisica.
La visione Giudaico- Cristiana ripropone la cultura dell’onnipotenza- felicità la quale, essa sostiene, non può essere raggiunta in questo mondo ma può essere tuttavia raggiunta in un’altra dimensione. Viene svalutata cioè la vita terrena sostenendo che essa è un transito,che il piacere è un bene effimero,viene riconosciuto che essa è contrassegnata dal dolore esistenziale che ha le sue motivazioni, perché è dovuto alla colpa del peccato originale da cui è possibile redimersi, che è anzi utile a fini espiativi,che è il fattore più potente che induce alla speranza e alla fede, che la vita futura, la vera vita, sarà senza dolore.
La Psicoanalisi con Freud, in sintonia con gli assunti filosofici dell’epoca, prima illuministi poi positivisti, riprende il tema della ragione come unico strumento per esplorare l’inconscio, per bonificarlo, sottraendoci così al dolore che deriva soprattutto dalla ignoranza delle parti nascoste del nostro sé.”Dove era l’Es (il mondo istintivo) deve subentrare l’Io”. Di nuovo è ripreso il tema , del nosce te ipsum conosci te stesso.Una volta assoggettato all’io, il nostro inconscio non potrà essere più fonte di dolore o sofferenza . Il punto è probabilmente questo, che esiste un disagio ineliminabile nel vivere per il fatto stesso che la vita conduce alla morte, e che, come dice Freud, vivere significa, in fondo, accettare di morire lentamente. Vediamo come, anche in questo caso, la fiducia nel predominio della ragione esclude il raggiungimento della felicità in quanto anche la presenza di un io lucido, consapevole, capace di sottrarre gran parte dei territori all’inconscio, può portare l’essere umano soltanto alla normalità esistenziale .Per Freud, come per gli antichi Greci, conoscere profondamente se stessi può lenire le sofferenze, le ansie le angosce e portare a quel piacere che nasce dall’assenza di dispiacere ma non si può certo parlare di felicità terrena.
Nella nostra società secolarizzata e fortemente edonistica la rimozione della morte è un tema costante e gli individui, costantemente accelerati, hanno perduto la capacità di accettare le frustrazioni, dimenticando quanto esse siano un potente motore di crescita individuale. Non è sufficiente un tranquillo benessere perché ci richiama troppo da vicino il nostro status di mortalità, siamo affamati di stati mentali eccitati e concitati. I desideri debbono essere subito soddisfatti e ad ognuno deve essere subito subentrare il successivo, si è smarrita la capacità di darsi un limite ed ecco allora echeggiare nella nostra mente come monito la frase di Aristotele “chi non conosce il suo limite tema il suo destino”.
Non esiste più a livello intrapsichico il rapporto conflittuale tra ciò che si deve fare e ciò che non si deve fare, ma la tensione interna è fra ciò che si è capaci di fare e ciò che non riusciamo a fare . Ogni iniziativa umana è parametrata sul successo che può ottenere e dove non vi è successo vi è depressione come percezione del proprio fallimento esistenziale.
E’ possibile pensare che l’ abuso odierno di psicofarmaci non sia dovuto niente altro che al tentativo dell' essere umano di robottizzare la propria psiche,eliminando, o perlomeno riducendo, la percezione del vacuum e della angoscia per la propria mortalità, del senso di inutilità del vivere. Si creano stati mentali di esaltazione ed accelerazione psichica durante le ore lavorative con farmaci attivanti ,in genere serotoninergici, smorzati e anestetizzati spesso da rilassanti ,in genere benzodiazepine, in quelle poche ore dedicate al riposo notturno il quale deve essere scevro di ansie affinchè, il giorno seguente, possa essere ripristinato il ritmo lavorativo con rinnovato vigore, cioè non indebolito nè inquinato da problematiche di stanchezza per un riposo non adeguato.
Credo che sia importante, perciò,per il nostro benessere, ricercare stati mentali più rallentati e pacificati,dando dare ampio spazio ad una riflessione profonda e consapevole, intrisa di una ritmicità lenta e non frenetica. Riappacificarci ed assaporare la nostra finitezza non fuggendone terrorizzati per gettarci ciecamente nella iperattività facendoci sedurre dalle sirene dell’agire in modo concitato,ma riassaporando l’otium , la trance, la meditazione, l’arte della contemplazione, lasciandoci cullare dalla dilatazione del tempo e dello spazio e riconciliandoci con la nostra condizione di mortali. Può non essere deprimente essere mortale anche per un laico, possiamo arrivare a percepire il termine dell’esistenza come una condizione naturale, a cui veniamo condotti dal fatto stesso di essere nati. Credo che sia è importante, come sostiene Epicuro, coltivare l’amicizia, il rapporto con i nostri simili, ricercando spazi di sessualità sublimata, attraverso la empatia, la comunicazione,lo stare insieme, accostandoci a soggettività per alcuni aspetti diverse dalla nostra ma accumunate a noi dalla condizione di caducità. E’ importante evitare di farsi erodere dalle brame competitive e abbandonare gli egocentrismi e gli arrivismi con le connesse brame di espansione di profitto e di possesso di beni: così ci scontriamo con la miseria e la caducità del nostro essere e viene aggiunto solo un granello di polvere a ciò che possediamo. E’ nostro compito andare al di là di una ideologia di puro accumulo di beni , la quale guarda alla felicità nel suo aspetto puramente edonistico ed è quindi è ben lontana dal garantirla. Inoltre, essendo profondamente legato alla nostra efficienza, ci fa scontrare con il deterioramento connesso al trascorrere del tempo, dandoci il senso della inutilità e della caducità mortale dell’esistenza. Le relazioni devono essere privilegiate rispetto al reddito, perché la solitudine e la mancanza di legami sociali hanno molta più influenza sul benessere di quanto non faccia la situazione economica, fatte naturalmente salve le condizioni di estrema indigenza. Ciò forse non ci conduce alla felicità ma rappresenta la creazione di una struttura anticorpale capace di tutelarci dalla angoscia del vuoto e di conferire serenità e dolcezza alla nostra esistenza.
Affrontando una tematica così complessa come il problema della angoscia esistenziale definibile anche come depressione esistenziale è necessario riprendere brevemente il tema di cosa si intenda per depressione. Possiamo notare come, scivolando progressivamente dalle depressioni maggiori a quelle minori finiamo per imbatterci, alla fine, nella depressione esistenziale, che forse è il quid irriducibile, l’espressione della infelicità umana che è sottesa al nostro essere nel mondo. Facciamo perciò un breve excursus sul tema depressivo stabilendo in chiusura il collegamento con il tema della felicità .
La nosografia della depressione comprende la distinzione tra.
A) Depressioni endogene o maggiori (indipendenti da eventi precipitanti), uni e bipolare, cioè pure o con alternanza di stati depressivi e maniacali cioè di eccitamento.
B) Depressioni reattive, o minori legate ad eventi scatenanti di tipo abbandonico e di perdita (lavoro, affetti, menomazioni fisiche, etc.)
Queste due entità nosologiche sono da alcuni considerate un continuum per cui una sfuma nell’altra, da altri invece due affezioni qualitativamente diverse e questo spiegherebbe perché la prima risponde bene ai farmaci antidepressivi, nella seconda invece sia più decisivo un intervento psicoterapeutico.
Sembrano esposti alla depressione soggetti portatori di un narcisismo precario ,di una valutazione di sé, contrassegnata da immaturità, con insicurezza di base e mancanza di fiducia delle proprie capacità,con costante bisogno di riconoscimento e di stima e le cui relazioni sono spesso contrassegnate da valenze di dipendenza e di appoggio.
Questo tipo di personalità li rende vulnerabili alle frustrazioni e agli abbandoni che le loro esigenze affettive e la loro ambivalenza di fondo possono tendere a provocare.
I sintomi della depressione sono quantitativamente presenti in base alla entità del quadro che spazia tra i due estremi dalla grave melanconia endogena fino al lieve fondo depressivo esistenziale. I sintomi che ora descriveremo sono perciò tanto più marcati e presenti quanto più è grave il disturbo del tono dell’affettività.
Essi riguardano l’umore: il soggetto si sente svalutato, isolato, incompreso, inutile, con ideazioni pessimistiche rivolte a sé e a ciò che lo circonda. Si lamenta circa il suo destino infausto, ha paura della morte e dell’abbandono, il futuro suscita in lui apprensione poiché è visto in una luce sinistra.
L’ansia è diffusa, ma può organizzarsi a livello somatico con cefalee, vertigini, spasmi di natura varia, turbe del sonno, dell’appetito e della sessualità. Inoltre è presente inibizione motoria sotto forma di stanchezza, una astenia che compare fin dal mattino e che non è attenuata dal riposo.
E’ importante distinguere, tra le depressioni minori,la distimia o depressione nevrotica dalla depressione caratteriale o temperamento depressivo che sfuma nella depressione esistenziale. Nella distimia, oltre all’intervento psicoterapeutico psicoanalitico,un uso di farmaci serotoninergici e dopaminergici,se adoperati in modo adeguato, può essere prospettato per un periodo non prolungato.
Nella depressione caratteriale, si ha la impossibilità di separare l’atteggiamento depressivo dalla struttura psichica del soggetto in quanto la tristezza abituale e la tendenza svalutarsi appaiono radicati nel suo carattere. In questo ultimo caso esiste refrattarietà a qualunque trattamento farmacologico e l’intervento relazionale psicoanalitico è fondamentale.
Sovrapponibile sembra il quadro del temperamento depressivo ( i termini carattere e temperamento sono concetti usati diversamente dai vari autori ,che a volte li sovrappongono, a volte viene denominato temperamento la componente biologico- pulsionale, e carattere la componente egoica della personalità)..
Si pone ora il problema di cosa sia la depressione esistenziale e se essa possa essere o meno un sinonimo della infelicità umana cioè se il dolore sia un fattore ineludibile o meno nella nostra esistenza. Intanto è importante rilevare come uno stato mentale di qualsiasi tipo, inclusa quindi la felicità, venga espresso tramite una soggettività e questo comporta una complessità nel decodificare, in termini oggettivi o meglio generali il significato condiviso di certi termini: sono da interpretare perciò soltanto come dei tentativi di orientamento in quel complesso labirinto che è la mente umana.
Bisogna purtroppo constatare, inoltre, che gli esseri umani hanno difficoltà molto maggiore a rilevare una sensazione di benessere che non a sperimentarne il suo contrario, tranne nei casi in cui la sensazione di piacere sia molto accentuata.
Credo sia giusto a questo punto, interrogarci su ciò normalmente si intende per felicità, perché credo che, semanticamente, a questo termine vengono dati significati non univoci. Alcuni intendono riferirsi ad uno stato di ebbrezza o estasi, altri ad una situazione di benessere relativamente libera da conflitti, chi lo assimila alla sicurezza, chi ad uno stato assenza di dispiacere e potremmo citare infinite sensazioni a cui fanno riferimento gli esseri umani, al punto tale che ci viene in mente che, del concetto di felicità, esiste un’idea spiccatamente individuale. Se, comunque, vogliamo cercare di comprendere meglio, possiamo ipotizzare che venga rubricato o come stato mentale di tipo estatico inebriante con caratteristiche di tipo onirico, contrassegnato però dalla caducità o temporaneità, oppure come stato di tranquilla sicurezza priva di affanni la quale può abitare la nostra mente per un tempo prevedibilmente più lungo. Nella prima accezione dobbiamo appunto riconoscere la estrema transitorietà di questi stati mentali e la loro assoluta episodicità nel corso della esistenza.. Dall’analisi dell’inconscio sembra poter dedurre che questi vissuti sono la riproduzione di sensazioni sperimentate dal bambino nei primi mesi di vita,orientativamente dal terzo al sesto, durante il rapporto di unione simbiotica con la madre, in cui il piccolo sperimenta una indifferenziazione tra il sé e il mondo esterno, in modo tale che viene da lui percepito quel “sentimento oceanico”di tipo fusionale di cui parla il poeta Romain Rolland.. Sono quelle sensazioni che hanno un ricollegamento mitologico nelle varie culture, per esempio nel Simposio di Platone , ove Zeus fa dell’uomo un lacerato sempre anelante a ricongiungersi con l’altra parte, nascosta e divisa, per vivere così la sua completezza. Tutti noi aneliamo all’unità, aspiriamo a rivivere e a soddisfare quella che viene percepita come beatitudine e onnipotenza del sé, quello stato di totalità, che ci accompagnerà,nostalgicamente, per tutta l’esistenza: vengono in mente le situazioni di innamoramento o di passionalità,i momenti di compenetrazione orgasmica o gli stati mentali di una madre connessi all’atto procreativo: tutti stati psichici che hanno la caratteristica di avere una durata più o meno breve anche se sono caratterizzati da una intensità decisamente notevole, e potremmo, in modo poetico, inquadrarli come momenti di assaggio dell’immortalità. Se l’individuo porta dentro di sé cospicuamente questo sentimento nostalgico, avrà al suo interno una sensazione spiccata di insoddisfazione, di delusione di fronte alla normalità dell’esistenza e sarà fortemente tentato di dire che la felicità non abita questo mondo.
Il problema che abbiamo noi umani deriva proprio da quella stessa evoluzione psichica che ha permesso i progressi dell’umanità. La nostra autocoscienza, cioè la capacità di pensare il nostro pensiero è quella che, da una parte ci apre al senso, dall’altra è il luogo dell’implosione di ogni senso . Non possiamo essere felici come invece lo può essere un animale che dimostra beatitudine nel mangiare, dormire, saltare . L’autoconsapevolezza che porta con sè la coscienza della nostra finitezza, si scontra con il nostro desiderio perenne di immortalità ed è la radice della infelicità umana.
Il problema della angoscia esistenziale è comunque un tema già profondamente sentito dagli antichi Greci i quali , come dice Nietzsche, hanno avuto il coraggio di “guardare in faccia il dolore e di conoscere e sentire i terrori e l’atrocità dell’esistenza”.Essi hanno percepito la tragicità dell’esistenza nella contrapposizione tra le esigenze della natura e le aspirazioni del singolo. Le leggi di natura dicono infatti che ogni singola esistenza deve morire affinché si generino nuove vite, le quali prendono il posto delle precedenti, in una circolarità della vita e della morte. Il singolo invece grida ad alta voce la sua voglia di vivere e rifiuta questo passaggio di testimone. Il Greco elabora risposte attive alla ineluttabilità della morte, sostenendo che non bisogna illudersi e nemmeno rassegnarsi ma conoscere (màthesis)perché il sapere evita il male evitabile. Il concetto greco di “aretè” che è l’equivalente della “virtus” latina esprime infatti la capacità di eccellere, di essere il migliore,però vivendo e conoscendo il proprio limite (katà mètron), cioè con atteggiamento di saggezza (phrònesis). Gnothi seauton, conosci te stesso, è scritto sul tempio di Delfi, conosci le tue caratteristiche, la tua inclinazione, il tuo demone e arriverai alla eudaimonia che in greco significa felicità , che vedrei più propriamente assimilabile alla pace illuminata dal benessere , perché ritengo che il conoscere non possa dare tanto felicità come stato gioioso quanto serenità esistenziale.
La scuola stoica sosteneva che esiste un legame intimo tra dolori e desideri e il loro motto substine ed abstine è un invito a sopportare l'intolleranza, frutto di passione altrui e ad astenersi dall'intemperanza, frutto della propria passione, facendo prevalere la razionalità . Gli stoici sono assertori delle virtù dell'autocontrollo e del distacco dalle cose terrene,che si realizzano nell'ideale della apateia, della atarassia, della aponia, come mezzi per raggiungere l'integrità morale e intellettuale. Nell'ideale stoico, è il dominio sulle passioni che permette allo spirito il raggiungimento della saggezza.
La filosofia buddista sostiene, analogamente, che il dolore è un vuoto, una mancanza che porta alla ricerca della soddisfazione di desideri , che è continuo ed ininterrotto poichè appena un desiderio è soddisfatto ne nasce uno nuovo,ancora più grande, in un susseguirsi senza sosta, per cui rinunciare ai desideri significa rinunciare a una inutile sofferenza. Quindi solo quando avremo abbandonato gli attaccamenti per cose e persone, scompariranno ansie, angosce, depressioni e tutti i sentimenti spiacevoli che la nostra entità psicosomatica può produrre e sarà possibile sperimentare l'emancipazione dalla sofferenza esistenziale. Per raggiungere l’obiettivo molto importante è per il buddista dedicarsi alla Meditazione, che comporta un'energica disciplina ascetica (yoga) : in questo caso il rimedio non consiste in una sollecitazione verso la razionalità o l’autocontrollo, ma nella soddisfazione della pulsione erotica all’interno del sé con un riscatto dell’onnipotenza originaria preoggettuale e fusionale( infatti negli stati meditativi profondi si parla anche qui di “sentimento oceanico”).Credo, cioè, che si possa pensare che, nell’atto meditativo, la rinuncia al desiderio per le cose venga sostituita da un investimento energetico verso il sé e che l’ appagamento oggettuale fallace e caduco che può derivare dal contatto con gli oggetti può vantaggiosamente essere vicariato dal piacere narcisistico derivante dal serbatoio libidico che può essere rappresentato dalla nostra unità indifferenziata psicofisica.
La visione Giudaico- Cristiana ripropone la cultura dell’onnipotenza- felicità la quale, essa sostiene, non può essere raggiunta in questo mondo ma può essere tuttavia raggiunta in un’altra dimensione. Viene svalutata cioè la vita terrena sostenendo che essa è un transito,che il piacere è un bene effimero,viene riconosciuto che essa è contrassegnata dal dolore esistenziale che ha le sue motivazioni, perché è dovuto alla colpa del peccato originale da cui è possibile redimersi, che è anzi utile a fini espiativi,che è il fattore più potente che induce alla speranza e alla fede, che la vita futura, la vera vita, sarà senza dolore.
La Psicoanalisi con Freud, in sintonia con gli assunti filosofici dell’epoca, prima illuministi poi positivisti, riprende il tema della ragione come unico strumento per esplorare l’inconscio, per bonificarlo, sottraendoci così al dolore che deriva soprattutto dalla ignoranza delle parti nascoste del nostro sé.”Dove era l’Es (il mondo istintivo) deve subentrare l’Io”. Di nuovo è ripreso il tema , del nosce te ipsum conosci te stesso.Una volta assoggettato all’io, il nostro inconscio non potrà essere più fonte di dolore o sofferenza . Il punto è probabilmente questo, che esiste un disagio ineliminabile nel vivere per il fatto stesso che la vita conduce alla morte, e che, come dice Freud, vivere significa, in fondo, accettare di morire lentamente. Vediamo come, anche in questo caso, la fiducia nel predominio della ragione esclude il raggiungimento della felicità in quanto anche la presenza di un io lucido, consapevole, capace di sottrarre gran parte dei territori all’inconscio, può portare l’essere umano soltanto alla normalità esistenziale .Per Freud, come per gli antichi Greci, conoscere profondamente se stessi può lenire le sofferenze, le ansie le angosce e portare a quel piacere che nasce dall’assenza di dispiacere ma non si può certo parlare di felicità terrena.
Nella nostra società secolarizzata e fortemente edonistica la rimozione della morte è un tema costante e gli individui, costantemente accelerati, hanno perduto la capacità di accettare le frustrazioni, dimenticando quanto esse siano un potente motore di crescita individuale. Non è sufficiente un tranquillo benessere perché ci richiama troppo da vicino il nostro status di mortalità, siamo affamati di stati mentali eccitati e concitati. I desideri debbono essere subito soddisfatti e ad ognuno deve essere subito subentrare il successivo, si è smarrita la capacità di darsi un limite ed ecco allora echeggiare nella nostra mente come monito la frase di Aristotele “chi non conosce il suo limite tema il suo destino”.
Non esiste più a livello intrapsichico il rapporto conflittuale tra ciò che si deve fare e ciò che non si deve fare, ma la tensione interna è fra ciò che si è capaci di fare e ciò che non riusciamo a fare . Ogni iniziativa umana è parametrata sul successo che può ottenere e dove non vi è successo vi è depressione come percezione del proprio fallimento esistenziale.
E’ possibile pensare che l’ abuso odierno di psicofarmaci non sia dovuto niente altro che al tentativo dell' essere umano di robottizzare la propria psiche,eliminando, o perlomeno riducendo, la percezione del vacuum e della angoscia per la propria mortalità, del senso di inutilità del vivere. Si creano stati mentali di esaltazione ed accelerazione psichica durante le ore lavorative con farmaci attivanti ,in genere serotoninergici, smorzati e anestetizzati spesso da rilassanti ,in genere benzodiazepine, in quelle poche ore dedicate al riposo notturno il quale deve essere scevro di ansie affinchè, il giorno seguente, possa essere ripristinato il ritmo lavorativo con rinnovato vigore, cioè non indebolito nè inquinato da problematiche di stanchezza per un riposo non adeguato.
Credo che sia importante, perciò,per il nostro benessere, ricercare stati mentali più rallentati e pacificati,dando dare ampio spazio ad una riflessione profonda e consapevole, intrisa di una ritmicità lenta e non frenetica. Riappacificarci ed assaporare la nostra finitezza non fuggendone terrorizzati per gettarci ciecamente nella iperattività facendoci sedurre dalle sirene dell’agire in modo concitato,ma riassaporando l’otium , la trance, la meditazione, l’arte della contemplazione, lasciandoci cullare dalla dilatazione del tempo e dello spazio e riconciliandoci con la nostra condizione di mortali. Può non essere deprimente essere mortale anche per un laico, possiamo arrivare a percepire il termine dell’esistenza come una condizione naturale, a cui veniamo condotti dal fatto stesso di essere nati. Credo che sia è importante, come sostiene Epicuro, coltivare l’amicizia, il rapporto con i nostri simili, ricercando spazi di sessualità sublimata, attraverso la empatia, la comunicazione,lo stare insieme, accostandoci a soggettività per alcuni aspetti diverse dalla nostra ma accumunate a noi dalla condizione di caducità. E’ importante evitare di farsi erodere dalle brame competitive e abbandonare gli egocentrismi e gli arrivismi con le connesse brame di espansione di profitto e di possesso di beni: così ci scontriamo con la miseria e la caducità del nostro essere e viene aggiunto solo un granello di polvere a ciò che possediamo. E’ nostro compito andare al di là di una ideologia di puro accumulo di beni , la quale guarda alla felicità nel suo aspetto puramente edonistico ed è quindi è ben lontana dal garantirla. Inoltre, essendo profondamente legato alla nostra efficienza, ci fa scontrare con il deterioramento connesso al trascorrere del tempo, dandoci il senso della inutilità e della caducità mortale dell’esistenza. Le relazioni devono essere privilegiate rispetto al reddito, perché la solitudine e la mancanza di legami sociali hanno molta più influenza sul benessere di quanto non faccia la situazione economica, fatte naturalmente salve le condizioni di estrema indigenza. Ciò forse non ci conduce alla felicità ma rappresenta la creazione di una struttura anticorpale capace di tutelarci dalla angoscia del vuoto e di conferire serenità e dolcezza alla nostra esistenza.
lunedì 18 ottobre 2010
Psicoterapie brevi
PSICOTERAPIE BREVI
Il termine 'psicoterapia' viene dal greco “psichè” (anima, soffio vitale) e “therapeia” (cura), per cui in termini letterali il suo significato è 'prendersi cura dell’anima'.
La psicoterapia consiste principalmente in uno scambio verbale tra due persone: uno è un esperto (psicoterapeuta), l'altro è una persona in cerca di aiuto (paziente o cliente).
Queste due persone lavorano insieme sui disturbi o i problemi vissuti dal paziente, cercando di raggiungere la guarigione di quest'ultimo (nel caso non fosse presente una vera e propria patologia, ma solo un malessere esistenziale, ciò che si vuole raggiungere è un cambiamento significativo dello stile di pensiero e di comportamento, al fine di migliorare la qualità della vita).
Da diversi anni ormai si sono diffuse anche in Italia, provenienti dall'America, le così dette 'psicoterapie brevi'. 'Brevi' non significa naturalmente 'magiche' e neppure 'superficiali': esse sono delle psicoterapie ugualmente 'serie', capaci di dare dei risultati abbastanza stabili nel tempo, anche se hanno tempi di risoluzione molto più brevi rispetto alle psicoterapie classiche. La psicoterapia classica evita di concentrarsi esclusivamente sul sintomo, prediligendo l'analisi della intera storia del paziente, in quanto ritiene che, curando solo il sintomo, si otterrebbe solo un suo spostamento (ad esempio, se si cura con successo la fobia dei ragni, poco tempo dopo potrebbe insorgere un altro sintomo, come la fobia per gli spazi aperti) e non la guarigione definitiva.
I metodi della psicoterapia breve sono invece centrati sulla comprensione del problema nella sua forma attuale, cioè sui sintomi che comportano i maggiori disagi nel paziente. Questo tipo di psicoterapie suggerisce dunque delle soluzioni pratiche e comporta sempre la verifica dei risultati ottenuti dopo la messa in atto delle soluzioni individuate. Una psicoterapia breve può durare da qualche settimana (per risolvere un disagio non troppo invalidante) a qualche mese (nel caso di problematiche più complesse, più antiche o più invalidanti).
Principalmente le tecniche di psicoterapia breve appartengono alla famiglia degli approcci cognitivo-comportamentali (che mirano cioè a cambiare non solo i comportamenti del paziente, ma anche gli aspetti cognitivi, il suo modo di percepire la realtà).
Ultimamente anche le psicoterapie dinamiche hanno messo a punto dei trattamenti di psicoterapia breve, per venire incontro alle richieste dei pazienti, che difficilmente riescono a pianificare un impegno terapeutico per sette-otto anni, come accadeva nel passato.
Ad esempio, la 'Psicoterapia Intensiva Dinamica Breve', pur mantenendo fermi alcuni principi della psicodinamica classica, come per esempio i fattori sommersi e l’inconscio, punta molto sulla brevità degli incontri. Su tali modalità di cura si è aperto tra gli psicoanalisti, un acceso dibattito, tra chi è a favore e chi è contro tali tecniche. Gli scettici ritengono che tali metodiche siano troppo deboli e del tutto inconsistenti sul piano teorico, almeno rispetto alle terapie tradizionali.
C'è poi la Terapia Breve Sistemica, un approccio psicoterapeutico di tipo pragmatico, anch'esso centrato sul problema vissuto dal paziente e volto ad ottenere dei cambiamenti nel tempo più breve possibile. Il disagio psicologico viene studiato qui dal punto di vista sistemico e costruttivista: l'individuo, la coppia, la famiglia sono parte del sistema che li circonda e delle relazioni che hanno stabilito gli uni con gli altri, ciascuno secondo la propria visione del mondo.
La Terapia Breve Sistemica è stata sviluppata negli anni sessanta a Paolo Alto (California) da un team di ricercatori, i cui nomi più conosciuti sono Paul Watzlawick, Richard Fisch et John Weakland. Essi si sono ispirati ai lavori di Gregory Bateson sulla comunicazione e sui paradossi, alla pratica clinica di Donald Jackson con le famiglie di psicotici e alle strategie terapeutiche dell'ipnosi di Milton Erickson. Il punto di vista costruttivista è basato su questo concetto: non si può conoscere la realtà se non conosciamo prima noi stessi. Ciascuno infatti costruisce ciò che chiama la 'realtà', senza avere consapevolezza del fatto che si tratta di una costruzione personale, basata sulle proprie esperienze e conoscenze: pertanto non esiste una costruzione della realtà 'giusta' e una 'sbagliata', ma esistono visioni della realtà che 'funzionano' ed altre che 'non funzionano', in vista del raggiungimento degli obiettivi che ci si è dati.
In una psicoterapia breve è frequente che vengano proposte delle tecniche di rilassamento: esse sono semplici, ma indispensabili per ridurre la risposta emotiva all'ansia. Il rilassamento, spesso ispirato al Training Autogeno di Schultz o al rilassamento progressivo di Jacobson, anche se è insufficiente, da solo, a risolvere un problema, può aiutare il paziente a sentirsi meno teso, prima solo a livello locale, poi in tutto il corpo e nella psiche.
Il terapeuta (o il coach) in genere gioca un ruolo attivo, più o meno direttivo, stabilendo con il paziente una relazione 'collaborativa': con lui analizza infatti il problema da risolvere, ed insieme cercano di trovare le soluzioni più efficaci, partendo da una migliore comprensione del sé, fino alla ridefinizione dei propri obiettivi, preparando per tempo il terreno e le risorse necessarie per poter arrivare all'azione e all'auspicato cambiamento.
E' importante precisare che, quando si parla di risultati ottenuti con una psicoterapia breve si intende sempre la percezione del risultato dal punto di vista del paziente, sia per il livello dei risultati raggiunti, sia per la loro stabilità nel tempo.
Una terapia breve termina quando c'è il riconoscimento, sia da parte del terapeuta, sia da parte del cliente, della scomparsa della manifestazione disfunzionale che aveva motivato la richiesta di consulenza.
Questo approccio risulta molto più conveniente per il paziente, per vari motivi, sia economici che organizzativi: infatti non tutti possono prendersi lunghi periodi di assenza dal lavoro o essere rimborsati dalle assicurazioni.
Resta certamente la critica per cui, se non si conosce l'origine del disagio, tutte le soluzioni possono essere superficiali e non durature, ma del resto anche i risultati ottenuti dalle psicoterapie tradizionali, che mirano ad una ristrutturazione completa della personalità, non sempre mostrano dei risultati stabili nel tempo.
Il termine 'psicoterapia' viene dal greco “psichè” (anima, soffio vitale) e “therapeia” (cura), per cui in termini letterali il suo significato è 'prendersi cura dell’anima'.
La psicoterapia consiste principalmente in uno scambio verbale tra due persone: uno è un esperto (psicoterapeuta), l'altro è una persona in cerca di aiuto (paziente o cliente).
Queste due persone lavorano insieme sui disturbi o i problemi vissuti dal paziente, cercando di raggiungere la guarigione di quest'ultimo (nel caso non fosse presente una vera e propria patologia, ma solo un malessere esistenziale, ciò che si vuole raggiungere è un cambiamento significativo dello stile di pensiero e di comportamento, al fine di migliorare la qualità della vita).
Da diversi anni ormai si sono diffuse anche in Italia, provenienti dall'America, le così dette 'psicoterapie brevi'. 'Brevi' non significa naturalmente 'magiche' e neppure 'superficiali': esse sono delle psicoterapie ugualmente 'serie', capaci di dare dei risultati abbastanza stabili nel tempo, anche se hanno tempi di risoluzione molto più brevi rispetto alle psicoterapie classiche. La psicoterapia classica evita di concentrarsi esclusivamente sul sintomo, prediligendo l'analisi della intera storia del paziente, in quanto ritiene che, curando solo il sintomo, si otterrebbe solo un suo spostamento (ad esempio, se si cura con successo la fobia dei ragni, poco tempo dopo potrebbe insorgere un altro sintomo, come la fobia per gli spazi aperti) e non la guarigione definitiva.
I metodi della psicoterapia breve sono invece centrati sulla comprensione del problema nella sua forma attuale, cioè sui sintomi che comportano i maggiori disagi nel paziente. Questo tipo di psicoterapie suggerisce dunque delle soluzioni pratiche e comporta sempre la verifica dei risultati ottenuti dopo la messa in atto delle soluzioni individuate. Una psicoterapia breve può durare da qualche settimana (per risolvere un disagio non troppo invalidante) a qualche mese (nel caso di problematiche più complesse, più antiche o più invalidanti).
Principalmente le tecniche di psicoterapia breve appartengono alla famiglia degli approcci cognitivo-comportamentali (che mirano cioè a cambiare non solo i comportamenti del paziente, ma anche gli aspetti cognitivi, il suo modo di percepire la realtà).
Ultimamente anche le psicoterapie dinamiche hanno messo a punto dei trattamenti di psicoterapia breve, per venire incontro alle richieste dei pazienti, che difficilmente riescono a pianificare un impegno terapeutico per sette-otto anni, come accadeva nel passato.
Ad esempio, la 'Psicoterapia Intensiva Dinamica Breve', pur mantenendo fermi alcuni principi della psicodinamica classica, come per esempio i fattori sommersi e l’inconscio, punta molto sulla brevità degli incontri. Su tali modalità di cura si è aperto tra gli psicoanalisti, un acceso dibattito, tra chi è a favore e chi è contro tali tecniche. Gli scettici ritengono che tali metodiche siano troppo deboli e del tutto inconsistenti sul piano teorico, almeno rispetto alle terapie tradizionali.
C'è poi la Terapia Breve Sistemica, un approccio psicoterapeutico di tipo pragmatico, anch'esso centrato sul problema vissuto dal paziente e volto ad ottenere dei cambiamenti nel tempo più breve possibile. Il disagio psicologico viene studiato qui dal punto di vista sistemico e costruttivista: l'individuo, la coppia, la famiglia sono parte del sistema che li circonda e delle relazioni che hanno stabilito gli uni con gli altri, ciascuno secondo la propria visione del mondo.
La Terapia Breve Sistemica è stata sviluppata negli anni sessanta a Paolo Alto (California) da un team di ricercatori, i cui nomi più conosciuti sono Paul Watzlawick, Richard Fisch et John Weakland. Essi si sono ispirati ai lavori di Gregory Bateson sulla comunicazione e sui paradossi, alla pratica clinica di Donald Jackson con le famiglie di psicotici e alle strategie terapeutiche dell'ipnosi di Milton Erickson. Il punto di vista costruttivista è basato su questo concetto: non si può conoscere la realtà se non conosciamo prima noi stessi. Ciascuno infatti costruisce ciò che chiama la 'realtà', senza avere consapevolezza del fatto che si tratta di una costruzione personale, basata sulle proprie esperienze e conoscenze: pertanto non esiste una costruzione della realtà 'giusta' e una 'sbagliata', ma esistono visioni della realtà che 'funzionano' ed altre che 'non funzionano', in vista del raggiungimento degli obiettivi che ci si è dati.
In una psicoterapia breve è frequente che vengano proposte delle tecniche di rilassamento: esse sono semplici, ma indispensabili per ridurre la risposta emotiva all'ansia. Il rilassamento, spesso ispirato al Training Autogeno di Schultz o al rilassamento progressivo di Jacobson, anche se è insufficiente, da solo, a risolvere un problema, può aiutare il paziente a sentirsi meno teso, prima solo a livello locale, poi in tutto il corpo e nella psiche.
Il terapeuta (o il coach) in genere gioca un ruolo attivo, più o meno direttivo, stabilendo con il paziente una relazione 'collaborativa': con lui analizza infatti il problema da risolvere, ed insieme cercano di trovare le soluzioni più efficaci, partendo da una migliore comprensione del sé, fino alla ridefinizione dei propri obiettivi, preparando per tempo il terreno e le risorse necessarie per poter arrivare all'azione e all'auspicato cambiamento.
E' importante precisare che, quando si parla di risultati ottenuti con una psicoterapia breve si intende sempre la percezione del risultato dal punto di vista del paziente, sia per il livello dei risultati raggiunti, sia per la loro stabilità nel tempo.
Una terapia breve termina quando c'è il riconoscimento, sia da parte del terapeuta, sia da parte del cliente, della scomparsa della manifestazione disfunzionale che aveva motivato la richiesta di consulenza.
Questo approccio risulta molto più conveniente per il paziente, per vari motivi, sia economici che organizzativi: infatti non tutti possono prendersi lunghi periodi di assenza dal lavoro o essere rimborsati dalle assicurazioni.
Resta certamente la critica per cui, se non si conosce l'origine del disagio, tutte le soluzioni possono essere superficiali e non durature, ma del resto anche i risultati ottenuti dalle psicoterapie tradizionali, che mirano ad una ristrutturazione completa della personalità, non sempre mostrano dei risultati stabili nel tempo.
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